Si è da poco concluso il Sinodo dei vescovi su “la vocazione e la missione della famiglia nella chiesa e nel mondo contemporaneo”. La relazione finale, esito di due anni di intenso lavoro, ha prodotto un articolato trattato di 94 punti suddiviso in 4 capitoli. Il clima di attesa, le aspre polemiche interne, e le pressioni mediatiche attorno al Sinodo è stato enorme, non meno delle reazioni immediatamente successive alla pubblicazione della Relatio finale. Ma sui giornali i titoli si sono concentrati sull’apparente divisione interna all’episcopato riguardo i punti più controversi, come l’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati, e si sono suddivisi l’applausometro tra chi ha voluto vedere a tutti i costi aperture inesistenti, e chi ha condannato il testo senza se e senza ma. Non è dato sapere il grado di approfondimento delle varie opinioni a distanza di poche ore dalla pubblicazione del testo, pertanto, a parere di chi scrive, è più prudenziale delineare qualche riflessione – lungi dall’essere un giudizio – su un evento che certamente segna la storia attuale del mondo cattolico.
Volendo ripercorrere le tappe salienti del lungo percorso del Sinodo sulla famiglia, bisognerebbe partire dal documento preparatorio della III Assemblea generale straordinaria del sinodo dei vescovi in cui è emersa l’importanza del tema << dal fatto che il Santo Padre ha deciso di stabilire per il Sinodo dei Vescovi un itinerario di lavoro in due tappe: la prima, l’Assemblea Generale Straordinaria del 2014, volto a precisare lo “status quaestionis” e a raccogliere testimonianze e proposte dei Vescovi per annunciare e vivere credibilmente il Vangelo per la famiglia; la seconda, l’Assemblea Generale Ordinaria del 2015, per cercare linee operative per la pastorale della persona umana e della famiglia>>. L’inedito di questo documento è stato il questionario diffuso in tutte le parrocchie del mondo, ma strumento necessario non tanto per ottenere dei sondaggi di gradimento, quanto piuttosto per contestualizzare l’argomento che fino a pochi anni prima non presentava problematiche di una certa gravità. E’ stata poi la volta del dibattutissimo Instrumentum Laboris, del 26 giugno 2014, e dal 5 al 19 ottobre successivi si è svolta la III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, conclusasi con la redazione della Relatio Synodi e la beatificazione del Papa dell’Humanae Vitae, Paolo VI.
Il lavoro preparatorio è poi proseguito con i Lineamenta e l’Instrumentum laboris del 23 giugno 2015, fino alla conclusiva Assemblea generale dal 4 al 25 Ottobre, conclusasi con il documento finale, non prima della canonizzazione dei coniugi Martin, genitori di Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa.
Non vanno dimenticati poi le catechesi di Francesco alle udienze generali del mercoledì, dedicate alla famiglia, e lo storico viaggio apostolico a Cuba e Stati Uniti in occasione del meeting mondiale delle famiglie svoltosi a Philadelphia.
La lettura quindi della relazione finale, non può ridursi ai facili entusiasmi degli aperturisti, o alle condanne tout court della fronda dei complottisti. La Chiesa Cattolica ancora una volta ha dimostrato qualcosa che risulta difficile se non impossibile alle altre grandi organizzazioni: mettersi in ascolto della realtà, dibattere e discernere in un tempo relativamente lungo, ed infine esprimere una posizione chiara e condivisa.
Le semplificazioni ridotte alla ricerca se i divorziati risposati siano abilitati ai sacramenti, o se vi siano o meno condanne chiare rispetto agli attuali attacchi all’ordine naturale, non rendono giustizia né del lungo lavoro, né dei tanti gesti che il Papa per primo ha compiuto durante tutto questo periodo dedicato alla famiglia. Famiglia “basata sul matrimonio dell’uomo e della donna” come “luogo magnifico e insostituibile dell’amore personale che trasmette la vita” (Relazione finale, punto 4).
Ora, come chiesto dai vescovi nelle righe finali del documento, si attende un documento magisteriale del Papa, nel frattempo la Relazione ha già ottenuto un risultato sorprendente nel mondo laico: il Consiglio di Stato ha ricordato che << la differenza di sesso tra i nubendi è una “connotazione ontologica essenziale dell’atto di matrimonio>>. Con buona pace per chi pretende di affermare il contrario.