In questi giorni stiamo assistendo sgomenti a quanto sta avvenendo in Francia, ma non vanno dimenticati i genocidi in Nigeria, e i sanguinari conflitti mediorientali perpetrati dalla stessa mano omicida: l’Islamic State. Quanto accaduto il venerdì 13 per le vie parigine ha tuttavia scosso l’opinione pubblica europea, che talvolta pare piuttosto distratta rispetto al pericolo terrorismo che non emerge in tutta la sua veemenza solamente con le stragi di gennaio e novembre in Francia. La guerra con il terrorismo di matrice islamista dura da almeno 15 anni, anche se ascoltando un’intervista rilasciata recentemente da Hilary Clinton potremmo tirare indietro le lancette di ulteriori dieci anni, e cioè risalire ai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e della prima guerra del Golfo.
La Francia, per volontà del presidente Francois Hollande, ha scelto immediatamente la linea dura proclamando lo “stato d’emergenza” sul territorio nazionale ed annunciando che “France est en guerre” al discorso pronunciato a camere riunite a Versailles, in un lunedì 16 novembre pieno di allarmi bomba, di arresti di sospetti, di caccia al terrorista ancora in fuga.
Il discorso di Hollande è successivo ad un importante summit tenutosi in Turchia, quella nazione sempre in zona grigia rispetto alla posizione assunta verso gli islamisti, e che ha segnalato il fondamentale incontro Obama-Putin in merito alla crisi siriana e sul da farsi al contrasto del terrorismo. Interessi geopolitici di enorme portata, intrecci difficili da districare, non a caso Renzi se ne è uscito dal G20 affermando che c’è una volontà comune di contrastare l’Isis, ma non c’è una strategia altrettanto condivisa. Dimostrazione palese è proprio il discorso del Presidente francese, leader di uno Stato sovrano membro dell’UE e con diritto di veto all’Onu. Viene quindi da chiedersi: come mai non si è atteso un Consiglio di Sicurezza dell’Onu in cui si chiedesse un intervento militare sotto l’egida delle Nazioni Unite? Come mai l’Hollande bombarolo non ha coinvolto dapprima i governi dell’UE, e quindi l’UE, per trovare una soluzione condivisa, anche fosse militare, ma pur sempre condivisa?
Ahinoi, la fretta di far salpare la nave Charles De Gualle e di sguinzagliare i caccia verso la Siria, pare dettata più da un emozionalismo di alto livello istituzionale che dal raziocinio obiettivo di un grande Paese come la Francia.
Un segnale di reazione andava certamente dato, questo poteva essere la sospensione immediata di due fonti di finanziamento dell’Isis: il petrolio, e le armi. Interessi in gioco si diceva, Putin l’ha detto causticamente: “l’Isis è il male, ma è finanziato anche da membri del G20”. Ritornano in mente le parole di Hilary Clinton “l’Isis lo abbiamo creato noi”.
Siamo quindi in guerra, ma contro chi? Ci si è chiesti come mai la maggior parte dei terroristi e dei foreign fighters proviene o è passato dal quartiere belga Molenbeek, noto per essere a forte maggioranza mussulmana e con moschee “chiacchierate” per la loro tendenza radicale?
Ci si è chiesti, perché a distanza di dieci anni dalle rivolte delle Banlieu, da questi poveri sobborghi altri giovanissimi terroristi hanno abbracciato il Jihad?
Domande ragionevoli, domande dalla risposta difficile, risposta che però è lecito dubitare se stia nella soluzione militare di immediata ed unilaterale volontà.
La Francia è stata colpita e giustamente tutti hanno affermato che è stata colpita l’Europa. Ebbene, se è stata colpita l’Europa è l’Europa intera che deve decidere di concerto quali soluzioni adottare. Il rischio non molto fantasioso è quello di commettere nuovamente degli errori militari, e quindi politici, come quelli commessi in Afghanistan, Iraq e Libia, laddove nel nome della democrazia esportata con le bombe si è destabilizzata un’intera area geografica affacciata sul Mediterraneo. L’ha riconosciuto anche il Ministro degli Esteri Gentiloni parlando alle Camere riunite a Roma per un informativa urgente dopo gli attentati a Parigi e riconoscendo che “bisogna imparare dagli errori commessi”. Dunque, impariamo dagli errori commessi prima di andare “a la guerre” senza aver soppesato bene le potenziali conseguenze. Si vince sempre soltanto nei film.