Per Aristotele il sofista è uno spacciatore di sapienza apparente, non reale.
Il professore di sofismo, tal Matteo Renzi, ha tenuto una lezione a Bari, dove si è recato per siglare l’ennesimo “Patto per il Sud”. “Se passa il principio che il simbolo del futuro è il muro e non la piazza le nostre comunità sono finite. Il nostro modello di sviluppo è basato sul confronto, il dialogo, l’incontro. Il nostro compito è tornare ai valori fondanti delle nostre comunità”. Parole cariche di significato, piene di fascino. Sapienza apparente.

La piazza. Quale? Quella occupata dai centri sociali o quella occupata da migliaia di migranti illusi che il Belpaese fosse pieno di balocchi? La piazza dei precari e disoccupati o quella dei risparmiatori truffati dalle banche Etruria & Co.? La piazza del Family Day o quella dei Luxuria? La piazza delle imprese massacrate dal 64% di pressione fiscale, o quella degli artigiani costretti a chiudere per le sanzioni alla Russia?

Il muro definisce un limite, così come la Patria definisce una comunità di persone, e la famiglia una società in nuce. Il muro può essere l’insieme di regole, come la Costituzione, oltre le quali ci sarebbero anarchia e caos. Ma oggi, bisogna essere tutti Francesco, e quindi parlare di muri è da eretici del verbo moderno. Anche se lo stesso pontefice ha precisato in un’intervista a La Croix che “la peggior accoglienza è di ghettizzare mentre invece bisogna integrare gli immigrati”. Forse i cattivi xenofobi austriaci hanno qualche ragione di porre limiti ai flussi migratori, lo sanno bene i tedeschi che “selezionano” i profughi di proprio interesse, possibilmente ben istruiti e con una cultura più assimilabile.

Confronto, dialogo, incontro. Il modello di sviluppo che intende Renzi, basato sul confronto, il dialogo e l’incontro, dai resoconti dei lavori parlamentari non si è visto. In questa legislatura il Governo si è di fatto sostituito al Parlamento. Il 30% delle leggi governative ha completato l’iter, contro il miserabile 1% delle leggi di iniziativa parlamentare. Un Governo che non ascolta il Parlamento con solo il 30% delle interrogazioni che hanno ottenuto una risposta. Un Governo che ha imposto la fiducia in oltre il 30% dei provvedimenti legislativi. L’ha imposta su tutto. Persino su un tema eticamente sensibile come le “unioni civili”.

A quali valori fondanti si riferisce Renzi? Quelli della Costituzione o del Vangelo? A ben vedere, nessuno dei due. Eppure nel suo discorso alla Camera prima dell’approvazione della legge Renzi-Boschi-Verdini che va a modificare oltre 40 articoli della Costituzione ha parlato come fosse uno statista. Peccato che non è né De Gasperi, né Togliatti. Loro non parlavano a slogan trascrivibili in un tweet. E la loro fede, cattolica o marxista che fosse, corroborava l’intera esistenza, e il loro impegno politico. Non erano scissi alla maniera del “ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo”. Di conseguenza il loro operato era coerente con i propri valori di riferimento. Valori forti, antitetici, ma  capaci di fare sintesi in quella carta chiamata Costituzione della Repubblica Italiana.

La comunità. Senza valori condivisi, come si può pensare di fondare una comunità se essa non si regge su principi universali, potremmo dire naturali? Il conflitto, e non la pace, sarà la costante dell’Italia del Renzi-pensiero. Uno Stato in cui è più facile divorziare che licenziare un dipendente inetto, può ancora educare all’essere comunità? Uno Stato che va a prendere barconi di immigrati e lascia alla miseria il proprio popolo può ancora definirsi comunità? Uno Stato che considera la famiglia come un oggetto di diritti più o meno estensibili e non come un soggetto vivo e fondamentale per il benessere della società, può ancora pensare di sviluppare comunità?

Sofismo, si diceva. Artifizio della realtà, che altro non è che falsificazione del vero. E ciò che non è vero è falso. 
Vero è ad esempio il tasso di disoccupazione.
 Vere sono le fabbriche che delocalizzano.
Vero è l’inverno demografico.
 Veri sono i suicidi dei piccoli imprenditori oberati di tasse.
 Vero è che uno studente trova offerte di precariato, non di lavoro. 
Veri sono i 60mila poveri della sola provincia di Verona, per lo più pensionati.
 E allora inutile aggiungere che il sofista pronuncia parole sante ma tradite nella loro sostanza quando dice che “la cultura, l’identità e l’appartenenza, questo è ciò che salverà l’Europa oggi”.
L’identità di un popolo, l’appartenenza ad esso, non si fonda su valori passeggeri, effimeri, ma su idee forti come Patria, suolo, tradizione religiosa e culturale tramandata dalle generazioni precedenti. L’appartenenza ad un popolo non si stipula con un contratto alla civil-unione. I contratti sono destinati ad essere sciolti. E una comunità non fondata su radici forti, è destinata a marcire.