Articolo pubblicato su L’Officina

Il Presidente della Repubblica recentemente ha pronunciato due discorsi, uno a Pieve di Tesino per la “lectio degasperiana” e uno al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, carichi di ideale cristiano, pieni di parole come “futuro”, “condivisione”, “comunità”, “democrazia”, “dialogo”. Parole vuote. 
Su di lui molti avevano riposto la speranza di un Presidente garante delle istituzioni. Speranze disattese in due occasioni particolari.

La prima con il disegno di legge Cirinnà che ha spalancato le porte alla società sterile. La seconda con la riforma costituzionale.
Il suo silenzio ha pesato più di un qualsiasi voto e stride a sentirlo parlare di De Gasperi, della Repubblica e dei suoi alti principi morali sanciti nella prima parte della Costituzione, di “integrità della persona umana”.
Dov’era quando hanno calpestato l’integrità della famiglia, prima comunità sociale? Dov’era quando nel “Cirinnà” hanno posto la fiducia su una legge di materia etica che richiede libertà di coscienza? Dov’era durante le continue, meschine sostituzioni di parlamentari non graditi al governo in Commissione affari costituzionali? Dov’era quando il Parlamento, lacerato da maggioranze alterne, ha approvato una riforma costituzionale palesemente in contrasto con lo spirito costituente del ’48? Forse stava scrivendo i suoi discorsi? O forse, in nome del dialogo, ha trovato l’espediente per giustificare la sua omertà morale prima che istituzionale. 
Da giovane cristiano appassionato al bene comune, alla giustizia e alla pace, rispondo all’anziano cristiano Mattarella con le parole di don Giussani che nel suo scritto “La coscienza religiosa dell’uomo moderno” parla di “una riduzione del cristianesimo nel modo di vivere la sua natura (…) angustiato, debilitato e affievolito da un influsso che potremmo definire protestante”. Il che significa che in una cultura come quella italiana un cristianesimo tiepido porta ad almeno tre conseguenze:

al soggettivismo, che favorisce una sentimentalità e un pietismo confusi con la misericordia e la carità (vedi il tema immigrazione);
al moralismo compiacente alle idee e convinzioni ritenute più urgenti dalla mentalità sociale al potere, per cui la dottrina cede alla logica del “caso per caso” (vedi il tema dei diritti civili);
all’irrilevanza politica e culturale dei cristiani slegati dalla gerarchia di principi che indicano priorità e limiti della direzione da perseguire nel loro agire.

Probabilmente don Giussani ricorderebbe a Mattarella che “non è ai fattori storici che si obbedisce; è a Cristo”. Ciò significa avere il coraggio di saper dire dei NO in vista di un bene maggiore, senza il quale non si spiegherebbe il bene comune. Cioè della comunità. Al Presidente è mancato il coraggio di Thomas More, di re Baldovino, dei cristiani che rifiutano la conversione forzata all’Islam o al ripiegamento preteso da certe ideologie. Perciò, data l’incoerenza tra parole e fatti, può dirsi un Presidente cristiano dalle belle parole vuote.