Ogni anno siamo tempestati di notizie sulla festa della donna che il calendario globalista festeggia l’8 marzo. La novità è che alcuni movimenti femministi che si sono già resi protagonisti delle proteste anti-Trump hanno invitato le donne di tutto il mondo a fare sciopero nel giorno a loro dedicato per dire basta alle discriminazioni di genere, alle violenze, al sessismo. Soros ringrazia.
In tutto questo manca però un elemento fondamentale, ontologico e specifico del sesso femminile: la dignità delle donne anche in quanto madri.
Il vocabolario femminista e genderista ha depennato la parola madre e il suo significato profondo.
Dispiace che ormai siano rimasti solamente i cattolici a  ricordarlo, ma la questione demografica non c’entra con la fede. Non la presuppone nemmeno. La demografia parla da sé e i dati sono eloquenti: ci stiamo estinguendo. Almeno noi occidentali,  i cosiddetti paesi avanzati – quelli che promuovono aborto, eutanasia e vogliono compensare il calo delle nascite con l’immigrazione. Ciò riguarda soprattutto l’Italia, Verona compresa.

Dal 1871 – anno del primo censimento – al 1971 la popolazione della città si era mantenuta sempre in crescita, ma dal 1981 il calo è costante. Si parla di popolazione residente, ma osservando i dati dal 2002 in poi si può capire che il problema è alla radice: non facciamo più figli.  Se nel 2002 l’indice di natalità era di 9,4 nati ogni 1000 abitanti, nel 2015  è di 8,1. Di segno opposto è l’indice di mortalità: da 10,1 morti ogni 1000 abitanti siamo passati a 11,1. Poca cosa qualcuno può dire. Ma il conto è presto fatto:  nel 2002 il saldo naturale era di -169,  nel 2015 è – 776.
Queste cifre indicano già una conseguenza importante che la politica veronese non dovrebbe sottovalutare: se il saldo naturale rimane negativo, e quindi gli anziani sono di più dei bambini, significa che avremo più carico assistenziale, più spese e meno risorse lavorative che possano contribuire. E a quasi 40 anni dalla scellerata legge 194 le conseguenze di una cultura mortifera parlano chiaro. La demografia presenta il conto. Istat docet.
Alcuni vedono nell’importazione di masse di immigrati la soluzione alle nostre culle vuote: pia illusione che nel frattempo crea enormi problemi di ordine pubblico, culturale e sociale.
Il punto sta qui: la piramide delle età si è lentamente ma inesorabilmente rovesciata. Siamo già in ritardo di vent’anni per riportarla in posizione, perciò urge un programma di azioni determinato in materia a partire dalla prossima amministrazione.
Anche per questo motivo il prossimo candidato sindaco dovrà avere il coraggio di prendere posizione contro tutte quelle pressioni più o meno forti che vorrebbero divulgare una cultura ben lontana dalla promozione della famiglia, di una sana educazione alla complementarietà tra i sessi, di una gioventù che pensi di più alle culle, di una solidarietà intergenerazionale che non lasci nessuno indietro. La scusa dei “soldi non si trovano” non reggerà. I soldi ci sono, e laddove non arriva il taccuino sarà la creatività di amministratori sensibili a fare la differenza. Un esempio: il comune di Castelnuovo del Garda è un modello nazionale in fatto di politiche familiari integrate e dal 2002 al 2015 è riuscito a mantenere invariata l’età media (41,4 contro i 45,8 di Verona), l’indice di natalità è cresciuto toccando punte di 14,3, mentre l’indice di mortalità non ha mai raggiunto i 10 morti ogni mille abitanti.
Allora è possibile invertire la rotta e rimettere a posto la piramide. Tuttavia ciò dipenderà dalla selezione della prossima classe dirigente, e se almeno il 40% dovrà essere donna l’auspicio è di ritrovarci in Comune e nelle circoscrizioni delle donne e -perché no?-  anche madri – che anziché pensare ai nastri viola e agli scioperi si impegnino attivamente per ristabilire il corretto equilibrio tra generazioni.

Lettera politica-verona n.111 pubblicata per L’Officina