Quando le ricette sono prettamente politiche si scende nel campo dell’opinabile.

Il caso è il recente messaggio per la 104^ giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 del capo del Vaticano.

Delineiamo il contesto dell’intervento con sguardo sull’Italia:

  • Il messaggio è del 15 agosto 2017, la notizia della sua pubblicazione è del 21. La Giornata si celebra il 14 gennaio 2018;
  • Il Presidente del Consiglio Gentiloni ha ribadito l’importanza cruciale per il suo governo di far approvare lo ius soli ad una tra le principali kermesse internazionali cattoliche, il Meeting di Rimini;
  • L’attuale papato ha a cuore la questione degli immigrati che bussano alle porte dell’Europa. Si ricordino due viaggi – simbolo: Lampedusa e Lesbo;
  • Il Papa sostiene la campagna dei Radicali Italiani “Ero straniero – l’umanità che fa bene
  • La questione immigratoria è mondiale. Ma il bengodi del mondo occidentale ne è il più investito;

Prendiamo in esame il Messaggio.

In apertura ricorda come la questione gli stia particolarmente a cuore, ribadisce che è una responsabilità della Chiesa, ma non solo, rispondere con «generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità». Il corpo centrale del discorso è la conferma di una linea che si declina in un programma di azioni attorno ai verbi “accogliere, proteggere, promuovere e integrare“. La conclusione ribadisce l’impegno della Chiesa, «in conformità alla sua tradizione pastorale», ma riconosce che «è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile». Quindi ricorda i global compacts approvati in sede ONU dedicati a rifugiati e migranti con l’invito «ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti – o interessati a partecipare – al processo che porterà all’approvazione dei due patti globali». L’agenda ONU va approvata!

Il programma politico declinato dai verbi succitati è, almeno per l’Italia, insostenibile:

  • sul piano dei costi interamente a carico dei cittadini italiani;
  • sul piano dell’eco comunicativo che arriverà ai Paesi di partenza (incentivo a partire);
  • sul piano della coerenza tra istanze di sicurezza dei cittadini e pretese degli accolti;
  • sul piano della sovranità del popolo italiano che deve poter rivendicare il diritto alla libertà di non accogliere indiscriminatamente;

Tutte le proposte contenute sono in favore di una sola parte, gli immigrati, mentre la parte accogliente deve – in sostanza – prodigarsi esclusivamente a creare le condizioni migliori di permanenza di chi entra, subendone i costi di progettazione ed attuazione: “l’organizzazione di corridoi umanitari sponsorizzati, libertà di movimento all’interno del Paese di accoglienza, l’accesso ai mezzi di telecomunicazione, il riconoscimento e la certificazione della nazionalità al momento della nascita (ius soli?), l’assistenza sanitaria, la libertà di culto, l’inserimento socio-lavorativo, il ricongiungimento familiare, l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici”.

C’è un’affermazione problematica: «anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale». Tale affermazione vuole fondarsi sul principio della dignità della persona umana, indiscutibile e non negoziabile. Il riferimento al punto 47 di Caritas in Veritate conferma sì la centralità della persona umana, ma ricorda che è «il soggetto che deve assumersi primariamente il dovere dello sviluppo», e ribadisce il principio di sussidiarietà riguardo i progetti di sviluppo nei Paesi emarginati il cui epicentro deve essere «il miglioramento delle situazioni di vita delle persone concrete di una certa regione, affinché possano assolvere a quei doveri che attualmente l’indigenza non consente loro di onorare».

È davvero difficile rispondere con “generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza” quando la solidarietà si fa assistenzialismo, quando la prontezza nell’operare non è accompagnata dalla prudenza. Non è certo lungimirante desertificare i Paesi sottosviluppati delle risorse più preziose, le persone, favorendo la fuga piuttosto che l’assunzione di responsabilità e il coraggio di cambiare il qui ed ora, nella propria terra.