Gli insulti inqualificabili di un professore universitario a Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e – da qualche giorno – capo dell’unica opposizione nel Parlamento italiano, devono far riflettere. E la riflessione deve concentrarsi su due aspetti. Il primo, riguarda la retorica delle forze progressiste; il secondo riguarda un valore da recuperare con urgenza.

Originally tweeted by Giorgia Meloni 🇮🇹 ن (@GiorgiaMeloni) on 20 febbraio 2021.

La retorica delle forze progressiste

Non sono mancate le reazioni, a partire dal giornale di partito “La voce del patriota” fino al capo dello Stato e del presidente del Consiglio dei Ministri Draghi. è stata espressa solidarietà politica dai vari partiti, ma non proprio tutti si sono indignati. O meglio, come accade anche per altre occasioni (si pensi alla recente narrazione sulla tragedia delle Foibe che insiste nel “giustificarle” poiché causa del fascismo), alcuni personaggi noti hanno interpretato benissimo una retorica che si è letta in diversi commenti sui social e che si potrebbe riassumere nell’assunto: “in fondo se l’è cercata“.

Selvaggia Lucarelli così si è espressa: “Non esprimerò alcuna solidarietà a Giorgia Meloni E non la esprimerò nonostante- come ovvio- mi faccia orrore il linguaggio del professore Giovanni Gozzini“, perché “l’insulto è odio, ma il linguaggio più subdolamente aggressivo è quello utilizzato per far leva sulle emozioni, sulle paure, sull’ignoranza e sull’identificazione del nemico in chi è fragile e diverso” ed è “quello utilizzato costantemente da Giorgia Meloni per la sua propaganda politica, quello masticato e vomitato da buona parte del suo elettorato sui social e fuori dai social“. Per il resto, si rimanda al suo lunghissimo post.

Il post di Selvaggia Lucarelli sulla vicenda degli insulti a Giorgia Meloni

Tentando un’analisi, la scrittrice giustifica la sua posizione poiché la “solidarietà” sarebbe un concetto profondo che non si può accordare a chi professa un credo politico intollerante e divisivo. Questo credo intollerante e divisivo sarebbe ascrivibile al razzismo, sessismo, omofobia. Tre parole chiave della retorica progressista. Ciò che afferma Lucarelli è davvero rappresentativo di un pensiero comune che si riscontra negli ambienti a lei (a quanto pare) più affini. Ed in sostanza, chi viene accusato di promuovere idee secondo le parole chiave di cui sopra, non merita né solidarietà né rispetto. Al massimo commiserazione. Ma – in definitiva – questi rappresentanti se la cercano. Chi la fa l’aspetti. è l’intolleranza dei tolleranti, per citare K. Popper, e dietro l’intolleranza dei tolleranti si rifugiano coloro che dispensano lezioni di lessico inclusivo, etc. Osservare bene: essere contrari agli sbarchi clandestini significa entrare nella categoria razzista; esprimere apprezzamenti verso la bellezza femminile è già sessismo; affermare che ogni essere umano nasce da un padre ed una madre è omofobia. La retorica delle forze progressiste è semplicemente la retorica di una propaganda che oggi fa dell’inclusività uno dei simboli sotto cui far sventolare diverse bandiere: quella dell’anti (razzismo, fascismo, omofobia, sessismo, ecc). La doppia morale di questo modo di pensare arriva – nei suoi estremi – a denunciare le violenze di Capitol Hill come conseguenza diretta delle parole pronunciate da Trump, mentre le violenze dei Black Lives Metter, giustificate da parte Democrat, erano una legittima conseguenza dei soprusi subiti da una minoranza. Questa retorica sta ottenendo risultati evidenti: silenziare, bannare, cancellare l’avversario politico e chiunque esprima dubbi. Trump è l’esempio più eccellente. Ma non mancano i cortocircuiti come il caso di un reporter del New York Times accusato di razzismo.

Torniamo a Giorgia Meloni e facciamo un passo avanti

Nel dibattito pubblico o nella dialettica politica – ammesso che si possano definire tali – non mancano espressioni che arrivano a colpire anche la vita privata degli esponenti politici, oltre che la persona. E non è certo la novità di questi giorni così come non è esclusiva di una parte politica o solo della politica. Ma rimanendo nell’attualità, si pensi solo al dibattito parlamentare svoltosi alle Camere per la fiducia al governo Draghi. Chi lo ha ascoltato non gli è sfuggita la quantità di giudizi sulle persone espressi dai vari esponenti. Basti l’esempio riguardo l’on. Di Maio che in più occasioni si è sentito dare dell’incompetente. Questa modalità di comunicare giova alla dialettica? Aiuta i cittadini e gli elettori a farsi un’idea del pensiero politico dei vari rappresentanti?

Un valore da recuperare con urgenza

La Dottrina cattolica, e a maggior ragione quella sociale della Chiesa, insegna un valore da recuperare con urgenza nella dialettica politica e nel dibattito pubblico: si tratta di distinguere le idee dalla persona che le professa, in morale significa distinguere il peccato dal peccatore. Se è vero che il peccato è sempre frutto di una responsabilità soggettiva, anche quello sociale, non è corretto e nemmeno costruttivo di un dialogos procedere con la retorica che lancia epiteti e giudizi sulla persona per colpire le sue idee. Mi spiego meglio con un esempio pratico. Dire “Di Maio è incompetente” è molto diverso dall’affermare che “Il Ministro degli Esteri ha operato scelte frutto di inesperienza, improvvisazione, incapacità“. Altro esempio. Dire “sei ignorante” è diverso dall’affermare che “quello che dici ignora questo piuttosto che quell’aspetto“. Nel linguaggio contemporaneo, ormai modellato sui limiti caratteriali dei social, è molto più semplice ed intuitivo esprimere giudizi sulla persona, appiccicare etichette e categorizzarla. Questa retorica colpisce dritta al punto l’immaginario dell’interlocutore, specie se elettore. Molto più complicato è esercitare l’arte retorica del polemizzare sulle idee. E lo è perché si devono avere contenuti, saperli argomentare, avvalorare con delle tesi. Ma questo processo comunicativo chiede maggiore approfondimento e tempo per dibattere, due qualità oggi assenti – anzi esiliate – dalle dinamiche comunicative moderne e, a quanto pare, anche dalla tensione per la ricerca della verità che dovrebbe essere maggiormente considerata da chi insegna nelle Università.

In questo nostro tempo abbiamo un serio problema di comunicazione. I social network non aiutano affatto l’approfondimento e la ricerca della verità. Sono strutturati per rimanere alla superficie delle questioni. Come quando si compra un giornale e degli articoli ci si ricorda solo i titoli. Di fatto alimentano lo scontro delle parole e arrivano all’odio tra persone, ma non favoriscono lo sviluppo delle idee. Chissà se riusciremo a tornare a quelle Agorà in cui dibattere per il gusto di dibattere, e abbandoniamo le più o meno grandi arene in cui vincono i leoni virtuali.

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