La seconda lezione della Scuola di Alta Formazione Politica, organizzata dalla Fondazione Magna Carta, di Sabato 20 febbraio 2021, ha trattato una delle questioni più dibattute e complesse degli ultimi anni in Europa: la Brexit. Relatrice, la professoressa Alessia Monica, borsista di ricerca in diritto dell’Unione Europea e diritto amministrativo europeo presso l’Università degli Studi di Pavia, docente a contratto presso l’Università degli Studi di Milano.

Monica ha introdotto l’argomento spiegando che l’Unione Europea non è uno Stato, il suo stesso sistema giuridico è basato su patti tra Stati sovrani, e fondato su valori quali la solidarietà, la comunità e la reciprocità. La convivenza tra UK e UE è sempre stata molto difficile. Gli Inglesi hanno sempre rivendicato, nei fatti, la propria sovranità, frutto anche di una tradizione isolazionista tipica del Regno Unito. L’Inghilterra si è sempre sentita distaccata dal continente europeo, e quindi uno Stato diverso. Anche per questa lunga tradizione, UK ha rivendicato un’Unione Europea a geometria variabile, pensando ad un’Europa con a cooperazione differenziata.

Il rapporto di integrazione tra UK e UE è durato 47 anni (1972). Una data fondamentale è il 23 giugno 2016. David Cameron indice il referendum consultivo con l’obiettivo di consolidare la sua figura di premier, in una fase di piena crisi del Regno Unito. Cameron quindi, indice il referendum per rafforzare l’integrazione inglese in UE e per sconfiggere le forze anti-europee in crescita, come quella di Nigel Farage. Il 72% degli elettori votano, e vince il Leave. Lo stesso partito laburista era diviso al proprio interno tra remain e leave. Divisione che era trasversale, ma significativo è sapere che gli over 60enni hanno votato a maggioranza leave, mentre i più giovani – abituati a maggiori opportunità nel continente europeo, si pensi al programma Erasmus – hanno preferito il remain.

Il 29 Marzo 2017 il Regno Unito notifica l’intenzione di recedere dall’UE e prevede l’uscita definitiva al 29 marzo 2019. Si sono susseguiti voti e dibattiti nella Camera dei Comuni sulla ratifica di recesso dell’accordo con il Parlamento brittannico diviso tra chi preferiva una hard brexit (uscita senza accordo), e chi una soft brexit, con la definizione di una data di uscita slittata di volta in volta. L’accordo di recesso con il Parlamento UE ha data 1 febbraio 2020. L’exit vera e propria si realizza il 31 dicembre 2020. Ora ci troviamo in un periodo di transizione ed in continua evoluzione. Molti sono le questioni aperte, e di una certa complessità. Tra queste, la professoressa spiega quanto sia stato sottovalutato il rapporto con l’Irlanda e i confini doganali. Alcuni problemi tra UK e UE che hanno reso difficile il rapporto: l’Euro, lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia con particolare riguardo al trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone, la Carta dei diritti fondamentali, l’arbitrato della Corte di Giustizia europea.

La professoressa ha ripercorso alcune delle cause deflagranti il processo di Brexit. In particolare l’immigrazione con potenziali infiltrazioni dell’islamismo, la preoccupazione della concorrenza a basso costo della manovalanza proveniente dai Paesi UE dell’ex-blocco sovietico; i costi alti di un welfare molto esteso.

Monica si sofferma poi sulla questione del confine irlandese. L’Irlanda del Nord si trova nella condizione di essere nell’UE ma sotto l’egida del Regno Unito. Il governo Johnson ha quindi stilato un protocollo apposito che prevede il mantenimento delle regole doganali e del mercato interno, ma resta aperta la questione di chi controlla i porti. Ha poi previsto un consenso periodico per verificare la volontà dell’Irlanda del Nord di rimanere vincolata a questo accordo. Pertanto l’Assemblea dell’Irlanda del Nord dopo 4 anni dal periodo transitorio deve pronunciarsi per decidere da che parte stare. Qui un articolo che descrive la complessità.

Altro capitolo trattato dalla professoressa riguarda la ricomposizione del Parlamento UE. Con la Brexit il Regno Unito non partecipa al Consiglio europeo da marzo 2017, mentre da settembre 2019 non partecipa più alle riunioni del Consiglio. Di conseguenza si sono liberati 73 seggi. 27 di questi sono stati distribuiti tra i 14 Stati membri. I restanti 46 rimangono disponibili per eventuali futuri ampliamenti dell’Unione Europea. La maggioranza assoluta del Parlamento diventa quindi di 353 voti, e non più di 376.

5 seggiFrancia, Spagna
3 seggiItalia, Paesi Bassi
2 seggiIrlanda
1 seggioSvezia, Austria, Danimarca, Finlandia, Slovacchia, Croazia, Estonia, Polonia, Romania
La ripartizione dei 27 seggi al Parlamento europeo

Dalla lezione è emersa tutta la complessità della questione, tanto che la professoressa esprime l’effettiva problematicità del processo di Brexit anche alla luce che l’integrazione del mercato interno è – ormai – irreversibile. Arrestare un processo così articolato comporta costi altissimi sia in termini di garanzia dei diritti sociali acquisiti (si pensi ai milioni di persone tra inglesi ed europei che vivono o in Inghilterra o negli altri Stati UE), oppure al sistema di certificazione delle competenze professionali, oppure alle normative varie in materia di produzione, trasporto e commercializzazione delle merci.

Per un approfondimento certamente più preciso dei miei appunti rimando a questi link:

https://www.iai.it/it/news-tag/brexit

http://www.governo.it/sites/governo.it/files/Brexit_PrepararsiSvolta.pdf

http://www.governo.it/it/approfondimento/diritti-dei-cittadini-caso-di-ratifica-dell-accordo-di-recesso-entro-il-31-gennaio