Come gestire le politiche di bilancio e finanza pubblica dopo la pandemia

Gaetano Caputi, docente della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, ha tenuto la terza lezione della Scuola di Alta formazione politica della Fondazione Magna Carta. Ciò che segue sono i miei appunti.

Il centro della discussione ha riguardato il debito pubblico italiano, e il professore ha offerto una riflessione intorno alla questione: esiste un limite all’indebitamento? è possibile vivere con un debito del 101% a livello mondiale, e del 160% in Italia? è possibile avere un debito aggregato mondiale che è oltre il 300% della ricchezza prodotta? Un debito così elevato – spiega il docente – si può giustificare solo con tassi di interesse bassi, che permettono di ripagare il debito con una sostenibilità maggiore. Ma i tassi bassi rischiano di diventare un premio all’inefficienza. All’aumentare del debito infatti, prima o poi ci si deve chiedere se il debitore-Stato raggiungerà una soglia oltre la quale dovrà dichiararsi insolvente. Quindi dovrà dimostrare di essere in grado di gestire il debito pubblico. In sostanza, spiega Caputi, ci si può indebitare al di là delle proprie capacità di reddito se si dimostra che nell’arco di un certo periodo di tempo si hanno delle prospettive di crescita, che garantiscono la capacità di saldare tale debito. Quindi il focus si sposta dall’ammontare assoluto del debito, al PIL. Qualora si abbia la sommatoria di una crescita importante del debito, e di un’incapacità di creare ricchezza (come sta avvenendo con la pandemia) le conseguenze dirette si traducono nell’esplosione di problemi sociali gravissimi e di instabilità politica.

A questo punto, il professore espone le diverse soluzioni che si sono adottate per gestire il debito:

  1. ridurre la spesa e aumentare la tassazione per avere un miglioramento dell’avanzo primario (rapporto debito/PIL). è la soluzione adottata in Italia da almeno due lustri. Ciò ha generato diversi problemi, tra cui una volatilità del consenso elettorale tradotta in cronica instabilità politica e quindi di governo. Ridurre la spesa e aumentare l’imposizione fiscale genera, naturalmente, scontento popolare che finisce per penalizzare chi si trova al governo. Inoltre, ridurre la spesa significa indebolire le capacità di moltiplicatore della stessa spesa pubblica, poiché si riducono i servizi erogati (si pensi al sistema sanitario). Mentre l’aumento della tassazione si traduce in una contrazione dei consumi.
  2. Giocare sul fattore temporale. Un’altra possibilità è quella di trattare una diluizione dei tempi di pagamento, ma si deve dimostrare la capacità di gestire sapientemente tale debito. Anche qui si ritorna al problema dell’instabilità politica che, di fronte ai creditori e al mercato, non gioca a favore.
  3. Caputi si sofferma poi sull’inflazione. L’inflazione è il più grande alleato del debitore, ma presenta una serie di problematiche sul lungo periodo: di fatto, è una tassa occulta e per nulla progressiva. Significa che grava più o meno indiscriminatamente su tutte le categorie sociali. Oggi, con la smentita di moltissime teorie economiche dei decenni precedenti, anche la via dell’inflazionamento non è più un fattore su cui contare molto per gestire il debito.

Sono poi intervenuti dei cambiamenti strutturali nella società ovvero: l’invecchiamento della popolazione, la crisi del sistema bancario e la riduzione della domanda interna. Un mix tale da provocare nel sistema un processo di deflazione (caduta del livello dei prezzi). Se ciò agevola i consumatori – spiega il docente – nel breve periodo, già nel medio si evidenzia tutta la problematicità di tale processo. La deflazione non sta avvenendo per un efficientamento del mercato, bensì perché il sistema si è impoverito per i cambiamenti intervenuti sulla sua struttura. In tal senso l’Italia sembra destinata ad una lunga stagnazione economica e ad una deflazione strutturale simile a quella del Giappone.

Caputi propone quindi delle ipotesi per ritardare, se non risolvere, la questione del debito elevatissimo:

ipotesi 1: cancellare il debito. 2600 miliardi di € di debito insoluti comporterebbero immediatamente la chiusura di qualsiasi possibilità di finanziamento. L’Italia ha un sistema interno indipendente capace di reggere l’urto senza finanziamenti dall’esterno? Già il solo fatto di ipotizzare la cancellazione del debito induce gli operatori del mercato ad una maggior prudenza nell’erogazione dei finanziamenti, e in un ipotesi del genere gli effetti a catena non giustificherebbero la bontà dell’ipotesi.

ipotesi 2: vendere le riserve auree. L’Italia è il Paese con le maggiori riserve auree al mondo. Ma uno studio elvetico ha messo in evidenza che una tale soluzione spiazzerebbe i mercati, scatenerebbe una riduzione di asset e di flussi maggiore rispetto ai benefici attesi.

Ipotesi 3: congelare il debito. è ciò che sta avvenendo in questi anni, con la BCE che acquista titoli di Stato, li detiene fino a scadenza, e poi li rimette sul mercato secondario allo scopo di regolare l’inflazione. Ma nello scenario di un’istituzionalizzazione di tale congelamento debitorio, i Paesi con un rapporto debito/PIL basso, sarebbero penalizzati. Si pensi alla Germania.

Ipotesi 4: riacquisto dei Titoli da organismi internazionali ibridi (come il MES). Tale ipotesi prevede la creazione di un soggetto terzo che acquista il debito da uno Stato, e a sua volta rivende tale debito. Il risultato non sarebbe altro che la generazione di altro debito.

Quindi le risposte messe in campo finora sono quelle di generare altro debito pubblico. In Italia, nell’ultimo anno, abbiamo assistito ad un aumento di 130 miliardi di debito. Probabilmente la soluzione, secondo Caputi, può essere un mix delle ipotesi fatte sopra. Ma finché non si rimette in moto l’economia è difficile in qualsiasi caso occuparsi di una gestione sostenibile del debito. Si sta assistendo ad un fenomeno in cui cresce la leva finanziaria in una sorta di bolla, e di un drenaggio delle risorse pubbliche in favore di quelle private. Un esempio sono i ristori. Una maniera per far rientrare nell’economia reale risorse che altrimenti sarebbero arrivate dai mercati. Quindi sono debito. Tuttavia, al momento non si hanno le coordinate precise per trasferire le risorse di debito, senza che diventino sussidio. In conclusione, il professore indica come via per la ripresa quella di dare il giusto sostegno all’economia, e quindi alla produzione di PIL. Ma resta aperta una questione che ha a che fare con la formazione del PIL: a fronte dell’innovazione tecnologica in atto, quali saranno i costi sociali da sostenere quando saranno spiazzate intere linee produttive e categorie di lavoratori? Si rischia, nel prossimo futuro, di avere sì un maggior efficientamento del sistema produttivo, ma senza che questo crei ricchezza poiché molta produzione si svolgerà senza l’apporto dell’uomo.