Articolo pubblicato sul giornale L’Adige di Verona

L’enorme nave che si è incagliata nel canale di Suez e le conseguenze economiche che sta provocando, si parla di 10 miliardi di dollari di danno al giorno, rivelano quanto sia fragile la società ipertecnologica su cui si è forgiata con la modernità.

Fonte: internet. La Evergreen di traverso nel canale di Suez

Ci vogliono giorni per liberare il passaggio di una delle rotte più trafficate del commercio mondiale. È bastato il soffio del vento – chiaramente forte – per mettere di traverso una porta container lunga 200 metri e larga 60, dal peso di 220mila tonnellate. Difficile da immaginare l’enormità di questo gigante. Ancor di più immaginare che il vento possa vincere la pesantezza di tale manufatto della tecnologia umana. Ma questo evento, sotto un certo aspetto buffo, dovrebbe richiamarci una questione molto dibattuta in ambito filosofico moderno e ancora poco riconosciuta in tutta la sua gravità: il rapporto tra equilibrio naturale e artificio umano. È una tensione fra potenze che l’uomo ha da sempre tentato di dominare. Ma oggi (inteso come Tempo storico) l’umanità intera, e ogni singolo uomo hanno un potere di dominio sulla natura incalcolabili. Oggi il dominio della tecnica sugli esseri, e sull’ambiente, è un “potere di squilibrare” la natura stessa.

Quello che ci ricorda questo fatto è che l’umanità ipertecnologica vive un’illusione quotidiana di dominio sulla natura. Aggravata dalla sensazione che oggi tutto sia prevedibile tramite algoritmi, sistemi predittivi, sensori che comunicano real-time da un capo all’altro del mondo. Eppure basta un colpo di vento per bloccare buona parte del commercio mondiale.

L’11 Marzo 2011 si è ricordato il decimo anniversario di un disastro dalle proporzioni gigantesche. Quanto accadde alla centrale nucleare di Fukushima è stato considerato come il disastro secondo solo a Chernobyl. Ma l’eco che ha avuto è – al netto dei primi periodi – decisamente svanito. La novità della cronaca corre infinitamente più veloce dei danni che per centinaia e centinaia di anni rimarranno indelebili nel territorio Giappone, e non solo. Greenpeace, in un articolo sul proprio sito, spiega che proprio dieci anni fa (26 marzo 2011) un loro team di esperti in radiazioni di « ha raccolto dati sulle conseguenze radiologiche del disastro di Fukushima, per un totale di 32 indagini, l’ultima della quale a novembre 2020 ». « I livelli di radiazione » – si legge – « nelle città di Iitate e Namie, nella prefettura di Fukushima restano ancora oggi elevati e in alcune aree sono superiori ai limiti di sicurezza. Ciò avviene anche nelle aree in cui gli ordini di evacuazione sono stati revocati nel 2017…». La nota pubblica anche i resoconti di questi dieci anni di indagini indipendenti, ma resta il danno, e i tempi – oltre che i gravissimi rischi – sono lunghissimi. Il servizio Comunitario di Informazione in materia di Ricerca e Sviluppo (CORDIS), in pratica l’ufficio stampa della Commissione Europea, nel 2006 scriveva: « Chernobyl rappresenta ormai qualcosa che va al di là del semplice nome del più grande disastro nucleare della storia e del mondo. Chernobyl è divenuto sinonimo del lato oscuro della vita moderna, di come la tecnologia può fallire e di quanto possono essere terribili le conseguenze. Gli agenti della malattia erano insapori, incolori, inodori ma letali: assassini invisibili creati dall’imperfezione della tecnologia e dall’errore umano ».

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Uno dei reattori esplosi a Fukushima. Fonte: Flickr. Licenza: creative commons

Quello che sta accadendo sullo stretto di Suez è decisamente diverso – per natura ed effetti – da quanto avvenuto a Fukushima. Ma anche dieci anni fa, fu un evento naturale a scatenare l’inferno e a dimostrare che basta un’anomalia, un imprevisto non calcolato dai super cervelli umani e robotici, per rendere vulnerabile la nostra società invasa in ogni campo dalla tecnica e dalla tecnologia. In verità siamo in un gigantesco sistema costruito sull’argilla. Meglio quindi “perdere” qualche decina di miliardi di dollari piuttosto che vedere compromessi interi ecosistemi per decine se non centinaia di anni. La nave messa di traverso deve suonare quindi da promemoria che ci ricorda costantemente che l’argilla su cui stiamo necessita di un sapiente equilibrio tra le potenze naturali e tecnologica. E solo l’uomo sapiente può garantire tale equilibrio, altrimenti, sarà lo stesso uomo a perire.