IL DATO | Il rapporto dell’Istat sulla “Dinamica demografica durante la pandemia covid-19-anno2020” mostra le gravi conseguenze che l’epidemia ha avuto sulla consistenza numerica della popolazione italiana. Al 31 dicembre 2020 i residenti in Italia sono diminuiti di 384 mila unità rispetto all’anno precedente, con un calo dello 0,6%, attestandosi a 59.257.566. I matrimoni sono crollati del 47,5%, mentre le nascite hanno visto una flessione del 3,8%, con 404 mila bambini nati nel 2020 contro un totale di 746.146 decessi nello stesso anno. Il fenomeno si è mostrato particolarmente grave nelle Regioni del nord, dove la Lombardia è la più colpita. Dall’Unità d’Italia solo il 1918, a causa dell’epidemia di Spagnola, registra dati analoghi. (fonte: rassegna stampa CDO)

Il rapporto, che puoi scaricare anche in fondo all’articolo, conferma le preoccupazioni degli analisti. Lo studio spiega che tra le ragioni per cui si registra una denatalità record nell’ultimo decennio vanno annoverate: la progressiva riduzione della popolazione in età feconda ed il clima di incertezza per il futuro.

Alessandro Rosina, dal suo sito, non usa mezzi termini <<Dopo una lunga scia di record negativi e le evidenze dell’impatto della pandemia, l’Italia continua a non avere una vera strategia di risposta alla sfida demografica. Se vogliamo agire sulle cause di squilibri sempre più profondi serve una urgente e forte azione di riduzione del divario tra numero di figli desiderato e realizzato. Se invece pensiamo che la denatalità non sia un problema o sia troppo tardi per agire efficacemente, dobbiamo prendere in considerazione gli scenari peggiori sugli squilibri demografici e decidere come gestirne le conseguenze>>. Il professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano è preoccupato che si stia entrando verso una fase di rassegnazione al fallimento, e considera come un’opportunità gli interventi avanzati con Next Generation EU e Family Act ma, avverte, <<è una scommessa che parte già persa se il Piano nazionale di ripresa e resilienza non mette la questione demografica al centro delle sfide del paese, e se il primo passo del Family act – l’assegno unico e universale, rimasto in lunga attesa al Senato – parte tardi rispetto agli effetti prodotti dalla crisi e si limita a riordinare le misure esistenti senza produrre una differenza sostanziale per le famiglie con figli di un ceto medio sempre più vulnerabile>>.

Il 30 marzo è calendarizzato al Senato la discussione in Assemblea del disegno di Legge delega “per riordinare, semplificare e potenziare le misure a sostegno dei figli a carico attraverso l’assegno unico e universale“. Qui il testo del ddl. E l’attuazione è prevista dal 1° luglio.

Non tutti sono d’accordo sulla risolutezza dell’assegno universale. Ci sono varie posizioni in materia, e si può dire che se ne discute da trent’anni senza che nessuna abbia visto reale possibilità nemmeno di essere sperimentata. Per quanto ne so io, sono quattro i filoni:

  1. Assegno unico e universale;
  2. Fattore famiglia
  3. Quoziente familiare
  4. Defiscalizzazione per le imprese

Mi riservo altri articoli per andare più a fondo dei vari provvedimenti, anche nell’attesa di capire se l’assegno unico sarà definitivamente legge e quali fondi otterrà. Ma basterà un assegno omnicomprensivo dei vari bonus finora adottati, dal 7° mese di gravidanza al 18° anno di età per riequilibrare la piramide demografica? Generare figli è solo una questione economica per cui basta un sussidio, o è necessario anche altro?

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Su Avvenire del 27 Marzo (pagina 4) Massimo Calvi intervista l’economista giapponese Tanaka il quale paragona Italia e Giappone in quanto hanno una struttura demografica drammaticamente simile. L’età media degli italiani è di 45,7 anni, mentre i giapponesi hanno mediamente 48,4 anni. Anche il numero medio di figli per donna è simile: 1,24 in Italia; 1,4 in Giappone. Per Tanaka <<Il declino demografico di per sé non è necessariamente un problema. è il declino rapido il problema, perché rende difficile adeguare la società al cambiamento della struttura demografica>>. Proseguendo nell’intervista l’economista conferma che quando il declino demografico è avviato in modo repentino, qualsiasi politica per aumentare le nascite troverà una difficile efficacia. Secondo Tanaka in risposta all’occupazione femminile afferma che la qualità del posto di lavoro – e quindi la qualità del lavoro stesso – è un ulteriore fattore che può favorire una ripresa del tasso di fecondità e in chiusura conferma la bontà di provvedimenti come l’assegno unico ma avverte che una politica ottimale <<dovrebbe essere un mix di misure diverse, tra benefici per le madri lavoratrici e riduzione significativa dei costi di mantenimento dei figli>>. Ma – per ripeterci – non è solo una questione di sostegni economici e credo che il dibattito massmediatico dimentichi troppo spesso una dimensione esistenziale.

Chi mai vorrebbe crescere dei figli in un contesto ipertrafficato e cementificato, in appartamenti angusti le cui dimensioni permettono a malapena la coesistenza di due persone? O chi mai vorrebbe che i propri figli vivano una vita semi-nomade perché i genitori sono costretti a continue migrazioni da un comune (o Stato) ad un altro per seguire lavori in costante precarietà?

Le questioni che pongo toccano ben altri fattori che incidono sulla capacità economica e sul costo dei figli, ma hanno a che vedere con la dimensione esistenziale. Tutti gli esseri umani cercano stabilità. Ma nella società liquida in cui tutto è precario – a partire dalle relazioni – non avere un terreno solido, in senso fisico e metaforico, su cui poggiare i propri piedi è determinante per immaginare un futuro in cui si possono generare figli. La sensazione che ho è che si stiano concentrando molti sforzi per ripiegare la curva della natalità, ma si stia ignorando una correlazione fondamentale perché i futuri nascituri possano tornare a superare i futuri morti: la stabilità del lavoro e delle relazioni.

Senza un lavoro stabile non si può immaginare un futuro certo dal punto di vista economico. E nemmeno una stabilità residenziale che favorisca l’investimento di energie nel tessere relazioni con le persone che abitano intorno. Essere cittadini del mondo come piace o a cui sono costretti molti oggi, significa non essere cittadini di nessuna parte (per parafrasare il filosofo François-Xavier Bellamy). E se non si ha una stabilità non si possono fare programmi a lungo respiro. Generare figli è ben più di un programma a lungo respiro. Per questo, per concludere, è necessario che il mix di politiche di cui parla l’economista Tanaka dovrebbe andare ben oltre i sussidi economici e le politiche di occupazione femminile. Devono essere riviste le politiche urbanistiche, le leggi sull’edilizia vietando case-formicaio grandi quanto una scatoletta di tonno, devono essere favoriti i contratti lavorativi di medio-lungo periodo penalizzando la precarietà e al contempo riducendo drasticamente il costo del lavoro. In sostanza, se si vuole davvero riequilibrare la piramide delle età, bisogna riconsiderare la centralità della famiglia abbandonando l’idea che sia un semplice contratto a termine vincolato ai costanti cambiamenti che il sistema economico moderno obbliga tutti.

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