Ci avviciniamo all’evento organizzato martedì 20 aprile 2021, ore 20:45 (clicca qui per vederlo) per parlare del viaggio apostolico di Papa Francesco in Iraq. Un viaggio che – secondo un articolo degli autori Schiavi e Borsaro sul sito dell’ISPI – è stato significativo sul piano politico e sociale, oltreché religioso. Come spiegano gli autori, il prossimo autunno sono previste le elezioni in un Paese che stenta a trovare stabilità dopo decenni di conflitti. E le generazioni più giovani sono quelle che pagano lo scotto maggiore. Secondo l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, il viaggio del Papa ha rilanciato la speranza e la possibilità di una convivenza tra tribù, etnie, e fedi differenti, ma ha pure acceso i riflettori sulle irrisolte e molteplici fratture nel Paese.

In un altro articolo ISPI ha posto una domanda drammatica: i cristiani in Iraq sono una minoranza a rischio estinzione? L’infografica parla chiaro: dal 2000 ad oggi la popolazione di fede cristiana è diminuita dell’80%. In vent’anni ogni dieci cristiani, otto sono andati via dall’Iraq. Nel 2003 i cristiani erano il 6% della popolazione, oggi lo 0,5%.

Il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre del 2016 sulla situazione dei cristiani in Iraq distingue la presenza del 99% di musulmani tra un 62,5% sciita e 36,5% sunnita (di cui era appartenente Saddam Hussein). La sua destituzione, avvenuta nel 2003, non ha risparmiato nessuno nelle lotte settarie per il controllo del Paese, ma chi ha pagato il prezzo maggiore sono state le minoranze non musulmane, specialmente cristiani e yazidi. Stando al rapporto di ACS, dopo il 2003 il 66% dei cristiani iracheni ha lasciato il Paese. Da 800mila-1,2 milioni a 250-400mila persone. Essere in uno Stato in cui l’Islam è dichiarato la religione ufficiale e fonte primaria del diritto, la libertà religiosa delle minoranze è gravemente influenzata. L’Iraq, stando sempre al rapporto citato, è tra i peggiori al mondo per livello di libertà religiosa. Questo, oltre alla mancanza di prospettive di futuro e alle persecuzioni fisiche, se non alle pressioni sociali, hanno determinato un’emorragia continua di cristiani via dal Paese: “Nell’ottobre 2015 è stato riportato che sempre più cristiani rifugiati, costretti dallo Stato Islamico ad abbandonare le proprie città e villaggi, stavano lasciando l’Iraq avendo ormai perso la speranza di poter tornare a casa“. Un esodo.

A Qaraqosh prima dell’Isis vivevano 50mila cristiani. Ben ventimila sono scappati soprattutto in Libano e Giordania per cercare di raggiungere l’Europa o gli Stati Uniti. Gli altri sono tornati per il 90% ricostruendo le case distrutte o saccheggiate, ma manca il lavoro e la sicurezza è sempre incerta. Nella piana di Ninive è tornato il 45,53% dei cristiani. L’occupazione del Califfato ha distrutto o danneggiato 369 chiese e 14.035 abitazioni cristiane solo nella piana di Ninive.

A gennaio 2021 sempre ACS ha pubblicato un ulteriore rapporto sui cristiani in Iraq. Tra le cause più importanti dell’esodo cristiano dal Medio Oriente si annoverano: gravi e duraturi conflitti militari, la situazione socio-demografica ed economica, influenza musulmana nell’ottica politica e giuridica, affermazione di nuovi movimenti islamisti, la negazione dei pieni diritti di cittadinanza, la ricomparsa dell’Islam politico con la ferocia di Isis. I cristiani, che sotto Saddam non erano certo cittadini a pieno titolo, con la sua destituzione hanno visto peggiorare considerevolmente la situazione. Gli attacchi terroristici del 2004 nelle chiese di Baghdad e Mosul sono solo il primo di una lunga serie, culminata con la presa di Mosul a capitale del Daesh (9-10 giugno 2014) e della Piana di Ninive. Tra gli impegni di ricostruzione più significativi, ACS ha ricostruito la grande chiesa siro-cattolica Al-Tahira a Qaraqosh.

In questa città della piana di Ninive è stato ospite anche Leone Grotti, giornalista inviato da Tempi per raccontare il viaggio del Papa e ospite dell’evento di martedì. Ne parla nel numero del mensile di aprile da pagina 26. In tali pagine dense di storie, c’è tutta la forza e speranza di questo popolo che ha accolto il Papa il quale, non dimentichiamolo, è anche capo di uno Stato che vanta la tradizione diplomatica tra le più antiche del mondo. Ma c’è ben poco di romanzato e molto di realistico in quelle righe. Soprattutto quando racconta la storia dei genitori che hanno perso il bambino ammazzato da un’autobomba dell’Isis, della fuga fino in Francia, per poi essere tra le poche famiglie ad aver fatto ritorno e pentirsene perché <<qui ci odiano perché siamo cristiani>>. Nonostante tutto, si leggono parole di perdono, speranza e fiducia. Una fiducia che è ben radicata nelle sofferenze di un popolo che è lì da millenni e sa che la loro presenza è vitale per quella terra.

I timori dei cristiani sono ampiamenti giustificati nel diffidare del loro ritorno a casa, come segnala la sezione italiana di OpenDoors, associazione che stila ogni anno la World Watch List (la lista dei 50 paesi più persecutori nei confronti dei cristiani). L’Iraq è all’11 posto di questa sanguinosa classifica, e tra chi subisce maggiormente violenza ci sono le donne cristiane di origine musulmana. La vera speranza è davvero che il Papa abbia gettato un ponte di giustizia e pace e possa aver scritto le prime righe di una ritrovata coesistenza tra popoli millenari, e di cui i cristiani sono una radice vitale nella culla delle civiltà.

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