L’incontro di martedì sera è stato carico di emozione per le testimonianze riportate da Leone Grotti, giornalista di Tempi (abbonati a questo mensile, ne vale davvero la pena!). Il testo che segue è l’elaborazione estesa della domanda che ho posto all’inviato in Iraq:

Papa Francesco ha tenuto un importante discorso interreligioso ad Ur dei Caldei, sabato 6 marzo 2021, luogo simbolo e considerato all’origine delle fedi ebraico-cristiana e musulmana. Ma anche, ricordiamolo, terra natìa di antichissime civiltà.

Quello che mi ha colpito di questo discorso è che il Papa ha tracciato una via per costruire la pace che parte necessariamente dal riconoscere un’origine comune. Quell’umanità che ci rende uguali, che è un dato ontologico prima ancora che teologico. E questa comunanza si può riconoscere guardando allo stesso cielo che ha contemplato Abramo millenni prima di noi. In sole due pagine ha richiamato il concetto di guardare il cielo e le stelle più o meno una ventina di volte.

Sembra che, per poter tracciare una via concreta di pace, abbia voluto richiamare i suoi interlocutori politico-religiosi al fattore che accomuna più di tutti, e che nessuno può rivendicare come propria esclusiva a differenza della terra, facendo appello alla capacità di ciascuno di saper osservare il firmamento celeste per individuare le tracce di Dio nella storia. Non so se sia una chiave di lettura corretta, ma ho letto che Irak significa “persiano”, e persiani erano anche i Magi venuti dall’Oriente secondo la tradizione giunta fino a noi i quali, seguendo una stella, arrivarono ad adorare Gesù-bambino. Sembra quasi che in questo discorso del Papa così pressante nel richiamare a guardare il medesimo cielo per camminare in pace sulla stessa terra, ci sia una delicatissima speranza di giungere tutti a riconoscere la vera luce, sebbene per vie differenti. Una via che non esclude quindi la ragione, ma si oppone ad ogni forma di relativismo che la offusca e nell’offuscarla cerca in vario modo di cancellare il proprio passato.

Nel preparare la domanda mi è venuto in mente il libro di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI: L’Infanzia di Gesù, LEV e Rizzoli, 2012. Al capitolo 4 tratta dei Magi d’Oriente e della fuga della Sacra famiglia in Egitto. Dopo aver delineato il quadro storico e geografico di riferimento, Ratzinger si chiede chi siano i Magi e afferma: “Gli uomini di cui parla Matteo non erano soltanto astronomi. Erano «sapienti»; rappresentavano la dinamica dell’andare al di là di sè, intrinseca alle religioni – una dinamica che è ricerca della verità, ricerca del vero Dio e quindi anche filosofia nel senso originario della parola. Così la sapienza risana anche il messaggio della «scienza».” E poco più avanti afferma: “possiamo dire con ragione che essi rappresentano il cammino delle religioni verso Cristo, come anche l’auto-superamento della scienza in vista di Lui. Si trovano in qualche modo al seguito di Abramo, che alla chiamata di Dio parte. In un modo diverso si trovano anche al seguito di Socrate e del suo interrogarsi, al di là della religione ufficiale, circa la verità più grande” (pp. 111-112).

Non potrò mai sapere se per scrivere questo discorso il Papa abbia tratto ispirazione da queste frasi del suo predecessore, ma io ci ho letto una carità intellettuale raffinatissima che si può rintracciare nella filigrana delle parole che ha usato. Infatti in un contesto interreligioso, si è rivolto ad ogni religione riuscendo a trasmettere la fede cristiana senza mai nominarla, quasi a voler lasciare a ciascuno la libertà di riconoscerla tramite le misteriose ed imperscrutabili vie in cui è incamminato.

Quello che ha detto esplicitamente il Papa è stato l’invito a distogliere lo sguardo dalle bassezze della vanità, cioè quei “beni del mondo che a tanti fanno scordare Dio e gli altri“, una motivazione falsa del nostro pellegrinaggio terreno. La via che il Cielo indica al cammino da fare insieme, ha detto, è la via della pace che inizia dalla rinuncia ad avere nemici. E parlando dei giovani ha ribadito l’urgenza di educarli a guardare le stelle, aggiungendo che si tratta di una vera e propria emergenza dopo anni in cui i loro sogni sono stati stroncati dall’inimicizia. Parole bellissime, ma all’atto pratico non sono così facili da accettare, soprattutto in coloro che hanno subito violenze inenarrabili e che quindi rischiano di rimanere piegate su sé stesse per le ferite ancora aperte. D’altra parte, non è così scontato che chi ha provocato o accettato che si provocassero le violenze di questi anni, abbia tutta l’intenzione e la convenienza di guardare al comune firmamento celeste. Un elemento di speranza può essere il monumento eretto a Mosul, città un tempo interamente cristiana e diventata tristemente capitale dell’autoproclamato stato islamico, in cui ci sono una serie di raggi che partono da terra e di colore bianco ad indicare la pace, l’amore e il perdono, che contrastano un missile nero che si conficca nella stessa terra.

La domanda che ho posto ha riguardato gli sforzi che stanno compiendo le comunità cristiane che ha incontrato Grotti per guardare al cielo che indica il Papa; e quali sono le difficoltà che incontrano. D’altra parte, se ha avuto elementi per affermare che c’è una seria ed autentica volontà di tutti ad alzare lo sguardo per tracciare vie di pace, o se invece l’appello del pontefice rischia di essere presto disatteso. Puoi rivedere la videoconferenza e la risposta di Grotti alla mia domanda cliccando sul video.

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