Il lavoro moderno si è fatto complicato, precario, si è smaterializzato e reso anonimo. Per molti significa doversi spostare di continuo nel mondo in una sorta di nuovo nomadismo che comprime tempo e spazio, legami di comunità, responsabilità e libertà. Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in veritate (al p. 63), scritta in occasione del grande shock economico-finanziario mondiale degli anni 2008-2011, pone una domanda sul senso del lavoro che è impegnativa: <<che cosa significa la parola “decenza” applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna>>.

Il 1 maggio è passato da pochi giorni. Le polemiche demagogiche hanno invaso lo spazio per sane riflessioni su un anno in cui si sono persi più di 1 milione di posti, in cui interi settori sono al collasso, e l’incertezza regna sovrana almeno quanto il virus che muta di continuo. Per l’Italia sarebbe la festa di San Giuseppe lavoratore e si dovrebbe ricordare l’importanza del lavoro pure nella sua dimensione religiosa. In ogni caso è l’occasione annuale per ribadire che l’art.1 della nostra Costituzione sancisce solennemente che l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. Un’occasione, quella del 1 maggio, di confrontarsi sul senso del lavoro che – in definitiva – richiama al senso antropologico che dà una società di sé. Anche se molti, a torto, danno a papa Francesco del “marxista“, quello che sta dicendo il pontefice eletto nel 2013 con sempre maggiore insistenza – e che ha officiato la prima Messa del suo ministero petrino nella solennità dedicata a San Giuseppe (19 marzo) – è che questa economia uccide! Nel libro omonimo, alla domanda degli autori sul sistema capitalista e la globalizzazione Francesco riprende concetti più volte ripetuti in questi anni di pontificato, e risponde:

Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si “scarta” quello che non serve a questa logica: è quell’atteggiamento che scarta i bambini e gli anziani, e che ora colpisce anche i giovani. Mi ha impressionato apprendere che nei Paesi sviluppati ci sono tanti milioni di giovani al di sotto dei 25 anni che non hanno lavoro. Li ho chiamati i giovani “né-né”, perché non studiano né lavorano: non studiano perché non hanno possibilità di farlo, non lavorano perché manca il lavoro“. Galeazzi, Giacomo; Tornielli, Andrea. Papa Francesco questa economia uccide (Italian Edition) . EDIZIONI PIEMME. Edizione del Kindle. E dopo aver ricordato gli scarti dell’aborto e dell’eutanasia si chiede: quale sarà il prossimo scarto?

Nella sua prima omelia, quella del 19 marzo 2013, ha richiamato ciò che, secondo il mio punto di vista, è il polo opposto alla cultura dello scarto, ossia la cultura della custodia (di sé, del prossimo, dell’essere umano, del creato). Custodire che è una vocazione non esclusiva dei cristiani, perché “ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori […]. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

I cristiani però hanno una responsabilità in qualche misura maggiore perché sono chiamati a trasmettere uno sguardo che non si riduce all’ideologia del momento, e questo sguardo deve essere attrattivo e generativo al punto che chi incontra quegli occhi deve muoversi all’inquietudine della domanda: “come fai ad essere così” quando il mondo promette altro da come esprimi ciò che sei?

In un libro che raccoglie discorsi molto belli di don Luigi Giussani, L’Io il potere e le opere, sono dedicate ben quaranta pagine al lavoro, suddivise in quattro capitoli. Pagine profonde che per essere comprese vanno rilette più volte. Ma utili per chi si interroga sul senso del lavoro e vuole capire come il proprio sguardo possa essere attrattivo e generativo anche sul posto di lavoro, nel lavoro che compie a prescindere dalla professione o posizione organizzativa in cui si trova. Lascio alla curiosità di chi vuole cercare parole piene di vita definizioni del lavoro come questa: “Se il lavoro è l’espressione dell’uomo sulle cose, l’amore a Cristo c’entra, è alla radice, perché di Cristo sono tutte le cose” (pg.72). Un lavoro dis-umano è un lavoro non cristiano, che qui intendo nell’accezione paradossale non confessionale poiché anche chi è pieno di santini e icone sacre in ufficio può realizzare un’impresa o un lavoro dis-umano. Basta che la sua opera sia indecente (per riprendere la domanda posta in Caritas in Veritate da Benedetto XVI) e né mission, vision o codice etico può nascondere la sua indecenza. Ma un lavoro ispirato da una <<parola>>che vien su da duemila anni” si percepisce, si vede, si respira; e trasforma la realtà in una piccola opera divina.

Si capisce come una società concepisce l’essere umano dal lavoro e dalla sua organizzazione. La Rivoluzione Industriale ha segnato un cambio d’epoca, da cui la persona si è slegata sempre di più dagli elementi naturali entrando in un mondo via via artificiale. La tecnologia ha invaso ogni lavoro e ha plasmato un nuovo sistema economico-sociale che ora si trova ad un nuovo inizio. Siamo appena entrati in quello che sempre Francesco ha definito un cambio d’epoca. Favorito dall’accelerazione impressa dalla pandemia, il nostro sistema di vita è sempre più proiettato verso una nuova società cibernetica. Ormai in ogni campo, che sia militare, economico, sociale, spuntano neologismi con il confisso cyber. Ciò che importa qui è riprendere quanto dice l’Accademia della Crusca: <<parola derivata dal greco dove κυβερνήτης (kybernetes) aveva il significato letterale di ‘timoniere, pilota di una nave’ e per estensione ‘colui che guida e governa una città o uno Stato’>>. Penso che la definizione calzi bene l’epoca in cui rischiamo di infilarci. E sinceramente non la vedo proprio espressione di un’opera divina.

Oggi chi è che pilota la nave? Chi governa una città o uno Stato? Domande che hanno a che vedere con il lavoro, il mercato, l’economia e la finanza, la sanità e la politica quando essa è determinata sempre di più dagli algoritmi. Come ha scritto bene Pierpaolo Donati con Giulio Maspero, in Dopo la pandemia. Rigenerare la società con le relazioni (Città Nuova, 2021) ; la pandemia ha accelerato la digitalizzazione della società e parla di come la nuova Matrice Digitale abbia preso il posto di Dio. “Il grande calcolatore non è più la persona divina, e non certo la persona umana, ma un sistema anonimo che circola e pervade il mondo” (cfr. pp.44-45). E gli fa eco Maspero nelle righe conclusive, trattando da un punto di vista teologico-trinitario il valore generativo delle relazioni: Eliminando la matrice giudaico-cristiana si corre il serio rischio di perdere la riflessività relazionale (p.138).

Ti suggerisco di ascoltare questa intervista all’autore Donati, che ho trovato

Una prova evidente di queste affermazioni si può benissimo cercare tra gli Europei che hanno tradito le loro radici negandole nella mai nata costituzione europea, la cui unione è – non a caso – monetaria e commerciale più che fondata su valori e principi comuni. La nuova Matrice Digitale si rintraccia facilmente nel programma Next Generation EU e più ancora nel PNRR in cui la transizione digitale è molto più importante dell’inverno demografico lasciando alle prossime generazioni tante interazioni tecnologicamente avanzate in un deserto di relazioni umane. Se vuoi leggere le 269 pagine del Piano, clicca qui.

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“Il grande tema è il lavorosi legge nell’ultima Enciclica papale – Fratelli tutti – in cui invita tutti gli uomini e donne di buona volontà ad andare oltre un mondo di soci. L’idea illuminista di contratto sociale si è rivelata in tutti i suoi limiti con la pandemia poiché tutti hanno scoperto di essere legati gli uni agli altri da qualcosa che prescinde e va ben oltre un rapporto contrattuale. Ciò che ci lega è anzitutto la comune umanità che porta con sé rischi ed opportunità. Come il commercio mondiale che ha sì reso più facile le connessioni umane, ma è pure stato il vettore principale del nuovo virus. Il lavoro quindi “genera legami, come viene sottolineato nell’editoriale di Verona Fedele del 2 maggio. Legami, quindi relazioni. Perché nessuno di noi opera per sé stesso, nemmeno l’artista solitario.

Il lavoro moderno si è fatto complicato, precario, si è smaterializzato e per molti significa doversi spostare di continuo nel mondo in una sorta di nuovo nomadismo. Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in veritate (al p. 63), scritta in occasione del grande shock economico-finanziario mondiale degli anni 2008-2011, pone una domanda sul senso del lavoro che è impegnativa: <<che cosa significa la parola “decenza” applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna>>. Dopo questa pandemia sapremo pensare ad un lavoro che sia davvero espressione della dignità essenziale di ogni essere umano? Sapremo pensare ad un’economia che non uccide anziché ad un’anti-economia che mercifica tutto? Abbiamo ancora spazio per costruire alternative al “capitalismo della sorveglianza”?

In Nella fine è l’inizio. In che mondo vivremo, di M. Magatti e C. Giaccardi (Il Mulino, 2020); al capitolo 2 si cita Carl Schmitt che scrive: “nel mare non è possibile seminare e neanche scavare linee nette […] sulle onde tutto è onda. […] il passo verso un’esistenza puramente marittima provoca, in sé stesso e nella sua interna ulteriore consequenzialità, la creazione della tecnica in quanto forza dotata di leggi proprie”. E poi gli autori spiegano che in fondo, “la modernità altro non è che un processo di disancoramento delle relazioni sociali dai loro quadri culturali e istituzionali, determinato dal mercato e dalla tecnica” (p.50). Se ciò è la modernità, “quale è dunque il mondo che ci aspetta?” (p.71) si chiedono. Nell’era della sorveglianza digitale, dicono, si ripropone la sfida tra economia di mercato/democrazia ed economia pianificata/totalitarismo che nel post-Covid assume un libello di sofisticazione ben maggiore di quando non si fosse espressa nella lotta tra i blocchi capitalista e comunista della seconda metà del ‘900 (cfr. p.107).

Il libro propone riflessioni e prospettive che cercano di superare una logica puramente fatalista e negativa, come è ben evidenziato nel prologo: “L’unico modo per andare avanti è quello di adottare uno spirito trasformativo, nella decisa convinzione che questo sia il momento buono per avviare un nuovo ciclo storico che possa orientare il secolo che abbiamo appena cominciato a vivere“.

La risposta in atto rischia di essere il transumanismo che vorrebbe un’umanità “aumentata”, potenziata, slegata dal fatto umano perché manipolabile nel suo interno e manipolato dall’esterno e quindi, nella sua sostanza, dis-umana? (qui trovi una mia riflessione del 2017 pubblicata sull’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan).

Da come una società concepisce l’essere umano e il suo stare in rapporto con gli altri, l’ambiente e l’Oltre si concepisce il lavoro. Per questo si ripete fino alla noia che la crisi di questi ultimi vent’anni non è solo economica, ma anzitutto antropologica. L’essere umano non sa più definirsi, per questo sta passando dalla liquidità della relazioni (Bauman), alla gassosità della sua stessa identità. Il lavoro esprime l’immagine che l’umanità ha di sé in una data epoca. L’immagine che si prospetta nel lavoro post-Covid è quella di una crescita senza occupazione. Un assurdo che solo in questa epoca in cui il significato delle parole è aleatorio può essere accettato. Il lavoro è un’espressione della libertà umana, esprime il suo essere, e soprattutto una libertà di essere, una libertà di stare, una libertà di fare, una libertà di non essere ridotti a sudditi in cui lo Stato decide a priori che cosa è bene per una società, ed elargisce denaro come un re distribuiva il pane agli affamati. Una società che cresce senza occupazione è una società iniqua, che scarta, che rende precaria la vita e vulnerabili chi esce dal sistema ed elimina chi non corrisponde più agli alti standard qualitativi di efficienza e produttività. è una non-società, come quella che si prospetta determinata da algoritmi e robot pseudo-intelligenti, e di certo non può fregiarsi del significato di comunità. Ammesso e non concesso che il progresso sia quello vissuto negli ultimi due secoli, si può ancora parlare di “società del progresso”?

Su questo genere di riflessioni si sarebbero dovute concentrare le dirette radio-televisive, i programmi e dibattiti simil-politici. Soprattutto in questo 1 maggio che precede di qualche mese lo tsunami di un’espulsione di massa dal lavoro di milioni di persone ancora sospese perché in Cassa Integrazione o bloccate dal divieto di licenziamenti. Dove finiranno queste persone se la “crescita” sarà slegata dall’occupazione? Come potranno reinserirsi nel mercato del lavoro se nel frattempo il loro lavoro sarà già diventato (o lo diventerà presto) obsoleto, e chiederà nuove competenze, conoscenze, capacità? E di quale lavoro parleremo se i legami sociali non saranno più frutto della libertà umana né della sua responsabilità, ma prodotti del determinismo cibernetico e del soluzionismo tecnocratico? Un libro che pone domande come queste è “Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale” di J. Kaplan”; le risposte aprono serie riflessioni sul tipo di società che si va costruendo proprio mentre si inonda tutto di ecologia, sostenibilità, inclusione. Il rischio vero, che si palesa nel dopo-Covid, è di vedere un lavoro senza persone in una società di individui gassosi e nomadi, controllati e tracciati “a vista” da un potere che dispensa pane all’interno di un ambiente certificato green, ma inquinato in ogni sua componente.

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