Uno dei prossimi libri che vorrei leggere è “Principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica” di H. Jonas. In lista di lettura ne ho davvero molti: Aristotele, Dante, Guardini, Harendt, Tolkien, Corti, Chesterton, Saint -Exupéry, Del Noce, Rosmini e via dicendo. Leggere per me corrisponde a nutrire l’anima attraverso l’intelletto. Con il vantaggio che il cibo intellettuale non ingrassa, ma fortifica la mente – oserei dire vaccina – e permette di osservare la realtà standogli di fronte anziché rimanergli sotto come un suddito. Non considero la lettura come un semplice piacere, ma provo un autentico piacere nel leggere quando ciò diventa studio, e talvolta preghiera. Quando cioè avverto che posso capire qualcosa di più di un particolare, ma soprattutto intuisco di aver compreso solo una parte del tutto. Infinito è il sapere umano, infinito è il nostro desiderio di conoscere, e limitato il nostro stesso sapere. è questo senso del limite che mi spinge a leggere in continuazione per superarlo ogni volta. Ci guadagno in conoscenza e cultura.

Ricordo che agli studi superiori che ho svolto presso un Istituto tecnico-professionale i professori descrivevano i circuiti elettrici ed elettronici, i sistemi di automazione che poi si sarebbero riprodotti in laboratorio; e io, pur essendo il migliore della classe come rendimento, mi incaponivo a chiedere: perché funziona così? E non mi bastava la risposta descrittiva “perché si fa così…”. Volevo capire di più. Forse già allora, in quelle domande in cui cercavo di dare un senso alle questioni tecniche, stava germinando una insaziabile fame di senso che andava ben oltre la spiegazione tecnica. E forse anche per questa fame che non trovava soddisfazione nel fare meccanico, abbandonai il lavoro di elettricista che era lo sbocco logico del percorso di studi. Gli anni appena dopo il diploma sono stati i primi a contatto con dei libri di un certo spessore, che piano piano mi hanno sempre di più aperto un mondo fatto di pensiero critico. L’arte di parlare in pubblico, Dare è avere sono i primissimi libri che ho letto; La fine dell’epoca moderna/Il potere e L’ingranaggio del potere tra i più recenti. Non che durante l’adolescenza non speculassi sul senso delle cose e della vita. Ma all’epoca ero molto dedicato alle attività di volontariato, alla politica attiva e scrivevo moltissimo. Leggere con intensità al fine di conoscere è stato come un lento ma inarrestabile risvegliarsi da una specie di torpore. Il mio passaggio da un’età ad un’altra: dall’età dell’istruzione a fare, all’età del capire perché fare. Ci si potrà chiedere come mai non ho frequentato un liceo. Un tale percorso non mi avrebbe permesso di lavorare durante l’anno scolastico per pagarmi l’abbonamento del pullman, la patente ed acquistare la prima macchina. Insomma, avere quella libertà che si è rivelata presto come necessaria autonomia. Se volevo continuare a studiare dovevo lavorare. E credo sia andata bene così, perché è stata una bella palestra. La vita mi ha buttato molto presto nella mischia e ho imparato a prenderle.

L’unico selfie appena uscito dal lavoro. Carteggiavo i mobili chiuso in una cabina speciale per rimuovere lo strato di vernice a base alcoolica, che una volta essiccata diventava polvere nera. Avevo sedici anni.

Sono cresciuto in un ambiente in cui non serviva farsi troppe domande, quello che contava era solo lavorare. Anche alle macchine si chiede solo quello: lavorare, lavorare, lavorare. Nel mondo industrializzato – checché se ne dica – l’artigianato è stato esiliato, sebbene la stessa industria se ne serva e sprechi l’elogio per esso. L’uomo artigiano ha in sé un sapere che va al di là della tecnica. Il lavoro artigianale ha quel “fatto a mano” che la macchina può solo imitare, magari bene, ma gli manca il senso di ciò che fa. Artigianale è spesso, e a torto, sinonimo di “fatto in qualche maniera, che presenta imperfezioni. Invece proprio nel fatto a mano quell’imperfezione (magari minima) è ciò che rende unico un prodotto. Artigiano è sinonimo di artistico. Richiama un’arte che è sapienza, conoscenza, manualità, destrezza, creatività. La macchina è un costrutto di istruzioni finalizzate ad eseguire meccanicamente delle azioni per uno scopo dato. La macchina, a differenza dell’artigiano, non si chiede se quello che sta facendo sia bello o brutto, giusto o sbagliato, utile o superfluo. La macchina non si stupisce né si rende orgogliosa del lavoro fatto.

Per dirla con R. Sennet in “L’uomo artigiano”: <<l’artigiano rappresenta in ciascuno di noi il desiderio di fare bene una cosa, concretamente, per sè stessa. Gli attuali sviluppi dell’alta tecnologia rispecchiano un modello antico di lavoro tecnico, ma sul campo la realtà è che le persone che aspirano a essere bravi artigiani sono depresse e vengono ignorate a o mal comprese dalle istituzioni sociali. Questo malessere è aggravato dal fatto che ben poche istituzioni si propongo come fine di produrre lavoratori felici>>. E riguardo le istituzioni più avanti scrive: <<è mal costruita quella istituzione che ignora nei suoi membri l’aspirazione a una vita lavorativa che abbia un senso; mentre le organizzazioni ben costruite sanno trarre forza da questo>>.

Anche una vecchia cassapanca può diventare un’opera d’arte. Qui un particolare di un’artista che veniva nel nostro capannone a decorare i mobili

Quando ho intuito che nel mio sistema sociale ero considerato poco sopra una macchina, e la scuola non era un luogo di educazione, ma soltanto di istruzione di nozioni tecniche da poter poi ripetere meccanicamente via via sempre meglio, è germinata una ribellione interiore all’ignoranza imposta da questa società della tecnoscienza. Quale ignoranza viene imposta? La ricerca del senso, ciò che muove la domanda quid est veritas? Perdita di tempo: oggi c’è internet che risponde a tutto; e ci sono gli esperti che risolvono tutto. E se non hai un titolo di studio minimamente masterizzato sei un signor nessuno. Come per il lavoro, anche per la conoscenza ho imboccato una via più artigianale.

Dove potevo formarmi senza stare dentro il sistema industrializzato di istruzione “meccanica”? Nei libri anzitutto. E ho iniziato a leggere senza mai più smettere. Devo ringraziare chi mi ha regalato i primi libri, forse intuendo quel desiderio ancora implicito in me. Per la verità non ho più smesso nemmeno di formarmi in qualche scuola (ho frequentato corsi di scienze religiose, di formazione socio-politica, di cultura locale, di sommelier, ho partecipato a decine e decine di conferenze, e seguo corsi tuttora). Da quasi ogni incontro che facevo tornavo a casa con appunti e suggerimenti di lettura. Oltre alla biblioteca comunale che forniva letture gratuite, il primo vero incontro con la casa dei libri è stata la libreria delle Paoline di Verona. Per un certo periodo quella libreria era diventata il mio punto culturale. Trascorrevo qualche ora a sfogliare le copertine e mi pare ancora di percepire quel profumo di libri tipico di quei luoghi. Ma soprattutto quel luogo è stato fulcro di incontri. In particolare con una suora che con discrezione si era avvicinata a me e dopo un po’ aveva iniziato a suggerirmi delle letture. Finché non mi propose di entrare nell’associazione Comunicazione e Cultura Paoline Onlus. Erano gli anni del Progetto Culturale, e di un ritrovato (e presto nuovamente perduto) impulso ad annunciare la propria fede attraverso la cultura. Erano gli anni in cui veniva lanciata la sfida all’emergenza educativa e in cui papa Benedetto XVI scriveva parole bellissime con la lettera apostolica Verbum Domini <<[…] realista è chi riconosce nel Verbo di Dio il fondamento di tutto […]. L’avere, il piacere e il potere si manifestano prima o poi incapaci di compiere le aspirazioni profonde del cuore dell’uomo. Egli, infatti, per edificare la propria vita ha bisogno di fondamenta solide, che rimangano anche quando le certezze umane vengono meno>> (p.10).

Una cena con alcune suore e soci dell’associazione

I libri hanno iniziato ad aumentare, e con essi anche i fogli di appunti e i diari. E in un certo periodo di grandissima solitudine, scrivere è stato il modo meno inquietante per stare davanti a me stesso. Ricordo che acquistai una piccola libreria tra i primi mobili, in quella che era diventata la mia nuova vita autonoma alla soglia dei vent’anni. Non avevo la televisione, e non c’erano ancora gli smartphone invadenti di oggi. In casa ero io, i miei fogli, i libri e un mappamondo a ricordarmi che lo sguardo doveva sempre volgersi verso l’altro di quaggiù e l’Oltre di lassù.

Estate 2013. Erano anni in cui scrivevo moltissimo e rigorosamente a penna. Mi piaceva prendere un tea e sorseggiarlo tra un pensiero e l’altro.

Al forte attivismo che mi ha sempre caratterizzato ho iniziato a dare spazio alla pura riflessione. Leggevo e scrivevo. Scrivevo e leggevo. Come oggi. è come un osmosi continua. Un flusso che non si ferma mai. I libri, prima dell’avvento del grande market online, erano ancora un oggetto godibile da comprare unicamente in libreria dopo attenta e scrupolosa lettura dei titoli, del retro di copertina, dell’indice e magari di rimandi e citazioni interne; dopo averlo palpato, tenuto tra le mani, osservato girato e rigirato.

Ogni volta che concludo una lettura si rinnova una decisione: assecondare la fame vorace di conoscenza, sapendo che non basterà mai per comprendere pienamente tutto; oppure arrendermi al limite. Beata ignoranza” dicono i saggi riguardo gli stolti. Stolto è colui che decide di ignorare la fatica che si fa per distinguere il giusto dallo sbagliato, il bello dal brutto, il vero dal falso. Non farsi domande semplifica la vita. Solo che la vita prima o poi, si voglia o no, impone delle domande che non si possono eludere. Ignorare, forse, ci mantiene protetti in una qualche forma infantile che non ci fa stare davanti alla realtà, ma sotto; in posizione di inferiorità, di dipendenza, sebbene anche di protezione. Ignorare è comodo, come per quei pesci che seguono le correnti marine. Dichiarare la propria ignoranza in materia di qualcosa, significa chiamarsi fuori, deresponsabilizzarsi. Senza che ciò significhi che dichiarare la propria conoscenza su tutto sia saggezza. Io ho sempre rischiato anche domande classificabili come stupide alle orecchie dell’esperto. Ho sempre guadagnato in conoscenza. Non voglio sottostare al gioco del sofista che si burla delle parole, e sa che l’ignorante è più attento al senso estetico dei termini più che all’essenza degli stessi, così ne fa l’uso che vuole come un giocoliere con i birilli. Non voglio nemmeno essere oggetto del fluttuare della propaganda politica che sofistica la realtà, la mistifica, la distorce e la contorce in favor proprio come il vento quando piega i rami di un giovane albero. E si fa gioco delle emozioni per impadronirsi delle menti.

Caricatura di Goebbels (capo della propaganda nazionalsocialista) a Danzica con il carro d’assalto moderno. In Le Matin di Parigi. La caricatura internazionale durante la seconda guerra mondiale, Istituto Geografico De Agostini Novara, 1971.

La propaganda è come uno di quei mercati in cui gli ambulanti urlano per avvicinare alla loro mercanzia e far acquistare. Non è diverso da ciò che accade oggi nell’immenso mercato internauta, con gli algoritmi costruiti per suggerire i prodotti simili a quelli appena comprati, illudendo di averne davvero bisogno e subito e ora! <<Ho passato la vita a manipolarvi per 75.000 franchi al mese. Quando, a forza di risparmi, sarete riusciti a pagarvi l’auto dei vostri sogni, io l’avrò già fatta passare di moda>> (F. Beigbeder in 99 francs citato da Bellamy in Dimora).

Oggi non c’è il mercante che urla, ma un impercettibile meccanismo neurologico. Il marketing è roba superata, oggi c’è il neuromarketing, da applicare alla propaganda politica che vende promesse ed illusioni in cambio della propria coscienza. Beata ignoranza al prezzo della libertà quindi. E che senso ha vivere se non si è liberi? Sopravvivere? Beninteso, la mia non è una libertà che considera tutto equivalente e sovrapponibile come vorrebbe pretendere la società fluida che si va ad imporre nella nuova anarchia istituzionale. E non è nemmeno una libertà puramente fisica che ignora il senso della vita anche quando si è costretti da forze maggiori (si può essere liberi anche in carcere, la vita ha senso anche quando si è costretti a letto). La mia è una libertà esistenziale, che rivendica il fatto – ed è un fatto – che io esisto in un dato tempo e luogo, ed esisto perché qualcun altro mi ha donato l’esistenza, cioè un corpo ed un’anima. Un alito di vita che sa di eterno che mi permette di dire che esisterò per sempre. E la mia esistenza è quindi in relazione con (qualcuno), fra (qualcuno), per (qualcuno). Ciò che mancherà alla macchina – fosse pure la più perfetta – sarà il sapore dell’eternità e lo sguardo sull’infinito.

Di questi tempi concepisco il leggere come un atto di resistenza e dissidenza. Ancor più dello scrivere o del parlare che oggi può costare la gogna, il pubblico ludibrio, il dover giustificare le proprie opinioni davanti ad un giudice. Ieri si bruciavano i libri per cancellare le idee considerate errate, oggi siamo nel tempo del reato di opinione e della presunzione di colpevolezza. Non più l’idea, ma la stessa parola deve essere giustificata davanti al tribunale massmediatico, che con una mano tiene il nuovo vocabolario “inclusivo” e con l’altra la leva per azionare la ghigliottina. I libri che vengono considerati offensivi vengono nascosti al grande pubblico in una sorta di indice dell’oblio, come i leader politici giudicati violenti da altri leader non meno violenti, che vengono definitivamente sospesi dal mondo virtuale. Mentre le bombe continuano a risuonare nelle terre dei più poveri e i diritti senza verità avanzano tra i popoli che hanno incarcerato la ragione.

Ma chi ha avuto il coraggio di verbalizzare il proprio pensiero in un libro apre una finestra di libertà, è un incursore della libertà perché getta un ponte oltre la recinzione. Nessuno potrà mai conoscere il dialogo segreto tra lo scrittore e il lettore. Come si fa nelle più pericolose riunioni della dissidenza dove, paradossalmente, si respira la massima libertà. Un dialogo talmente segreto da esserlo perfino tra loro. Un dialogo che trascende lo spazio ed il tempo. è qualche cosa che mette in moto il pensiero, genera ulteriori pensieri, fa circolare le idee senza che ciò siano intercettate, censurate, bannate a vita dagli algoritmi socio-mediatici. Finché quelle idee non prendono di nuovo forma per generare nuovi dialoghi segreti, tra anime di epoche diverse e persone di luoghi lontani. è un dialogo comunitario perché non avviene solo tra due persone, ma anche con sé stessi e con chi magari le parole lette da uno, l’altro non le ha mai udite. è un dialogo che avviene perfino tra i libri stessi, in quelle citazioni che suonano come un eco tra le montagne in cui risuonano i nomi degli scrittori.

è una condivisione di idee che sfugge ai guardiani dell’etere e del nuovo ordine sociale. E poco importa se bruciano il libro. Non avranno che bruciato un pezzo di carta. Poco importa se censurano il sito o il post. Il flusso di idee è già avvenuto ed è inarrestabile. Non è un caso che chi combatte per degli ideali buoni venga perseguitato, arrestato, giustiziato. Controllato a vista come accadde a Václav Havel e molti come lui di ieri e di oggi. Come ha detto un difensore della libertà di Hong Kong dalla tirannia cinese: <<ho visto i miei ideali crollare ma continuerò questa battaglia anche se l’oscurità ci circonda. Per questo ideale sono pronto a ricevere qualunque verdetto>>. In ogni epoca e in ogni popolo c’è un ortolano che si rifiuta di esporre nella propria vetrina il cartello imposto dal sistema. E questo il sistema non lo può tollerare quindi reagisce con veemenza, ma non sa che quel gesto facilmente perseguibile altro non è che il primo sassolino di una frana che farà crollare la montagna totalitaria. Tutto ciò che è menzogna crolla su sé stesso poiché la menzogna ha per terra il caos e per orizzonte il nulla. La variabile non sta nella possibilità che il crollo avvenga, ma nel tempo in cui ciò può avvenire.

L’uomo, dopo la fine dell’epoca moderna, ha subìto un collasso esistenziale. L’effetto di questo collasso fu, sul piano oggettivo, la dittatura; sul piano soggettivo, invece, il desiderio di essere sollevato dalla propria responsabilità, cioè di essere schiacciato dalla dittatura, diretta o indiretta che sia (pg. 59)

Ho iniziato col dire che leggere è una forma (piacevole) di studio. Il beato Piergiorgio Frassati concepiva lo studio funzionale al servizio. Il servizio che intendeva lui era fatto di opere di carità. La carità è sempre azione che si origina dalla consapevolezza, da una presa di coscienza, da una chiamata, una vocazione, un’incontro che provoca una risposta: agire o ignorare il bene possibile. L’unica cosa che deve ignorare la carità è il proprio tornaconto. Altrimenti scade nella filantropia moderna che si è travestita di beneficienza. Come chi si fa fotografare mentre fa una donazione o – pensando alle vicende attuali – come quelle aziende che brevettano il vaccino che diventa un’arma politica mentre migliaia di esseri umani soffrono e muoiono. Con il paradosso che si vaccinano le categorie più fragili di casa, i produttori di vaccino incassano miliardi (di dollari e di dati scientifici) ma si lasciano ai margini quei popoli fragili che non hanno nemmeno l’essenziale per curarsi. La carità è un’azione segreta che nello schema socio-mediatico stride perché è intimamente legata alla gratuità. Persino la gratuità è storpiata in questo sistema mercantile che ti invita a “scaricare gratis” l’effimero in cambio dei tuoi dati più intimi. La gratuità della carità è disarmante, perché non chiede proprio nulla in cambio. Dona e non pretende nemmeno gratitudine. L’Inno alla carità di san Paolo dovrebbe essere l’inno che echeggia nei cuori di ciascuno mentre strillano le campane crepate dei codici etici e delle dichiarazioni sui diritti dell’uomo.

Anche lo studio senza carità è reo di ignoranza. In questo mondo di super esperti notiamo le previsioni continuamente smentite (siano esse economiche o demografiche) e assistiamo a formule risolutive dai 10 passi per diventare felici ai super progetti sociali, economici e politici che puzzano di messianismo e promettono una felicità mai raggiungibile. Fossero vere tali promesse, oggi saremmo tutti benestanti in averi, amori, felicità e la mia non sarebbe la prima generazione a scoprirsi più povera e precaria di quelle precedenti. Come l’attuale non sarebbe la generazione messa all’ultimo posto anche nella classificazione alfabetica (generazione Z). Si palesa che una società altamente alfabetizzata non coincide con una società altamente intelligente, e nemmeno tanto felice ed in salute. Leggere qualcosa sulla società giapponese per vedere una proiezione del futuro promesso su cui siamo già ben avviati. Non c’è solo sviluppo tecnologico, ma pure sfiducia nell’umano se stiamo delegando la nostra conoscenza alle macchine, con il paradosso di aggettivarle intelligenti. E il paradosso è che ormai le decisioni sono prese dalle macchine stesse. Stiamo dando il potere alle macchine di toglierci il gusto di farci un caffè, di prepararlo nella moka, pressarlo, e attendere il gorgoglio che anticipa l’aroma della bevanda tra le più amate dagli italiani. Abbiamo perfino delegato la responsabilità. Queste macchine non sono altro che il monumento alla beata ignoranza. E la beata ignoranza è la dea della prossima religione che sta pian piano sostituendo la dea libertà. Ciò che diceva Havel in proposito dell’auto-totalitarismo nel sistema post-totalitario sta valendo ancor di più per noi. Questa religione <<offre all’uomo una risposta pronta a qualunque domanda, non la si può accettare solo parzialmente e abbracciarla segna profondamente l’esistenza umana. Nell’epoca della crisi delle certezze metafisiche ed esistenziali, nell’epoca dello sradicamento dell’uomo, dell’alienazione e della perdita di significato del mondo, questa ideologia deve possedere necessariamente una particolare suggestione ipnotica: offre agli erranti una “dimora” accessibile, basta accettarla […] e dal suo orizzonte si dileguano il mistero, gli interrogativi, l’inquietudine e la solitudine>>. Ma il prezzo da pagare è <<l’abdicazione alla propria ragione, alla coscienza e alla responsabilità; parte integrante dell’ideologia assunta è infatti la delega della ragione e della coscienza nelle mani dei superiori, cioè il principio di identificazione del centro del potere con il centro della verità>> (Il potere dei senza potere, ed. Itaca, 2013).

E allora ben venga prendersi gioco di questa società cercando il dialogo segreto con i pensatori/scrittori e trascendere lo spazio ed il tempo, che l’algoritmo non potrà mai afferrare né fermare. Perché questo, l’algoritmo o la macchina, rimarrà sempre oggetto senz’anima e quindi finito. Potrà avere le sembianze umane, ma resterà un surrogato. Invece le idee sono e restano una caratteristica propria dell’essere umano libero. è per ciò che un libro buono non invecchia mai, perché contiene un pensiero sempre vivo. Mentre le masse di consumatori del nuovo che hanno strapagato il cellulare più trendy di pochi anni fa ora hanno tra le mani un rifiuto da buttare. Ma se il pensiero muove ad un’ideale nobile al servizio della verità, non ci sarà nessuna condanna che potrà arrestarlo.

Sono invecchiata al servizio dello Stato di diritto. So che Sir Thomas More è il santo patrono della professione legale. Fu processato per tradimento perché non aveva piegato la legge alla volontà del re. Le sue ultime, famose parole sono ben conosciute; mi permetto però di adattarle leggermente per farle mie: “Sono un buon servitore della legge, ma prima ancora del popolo. Perché la legge deve servire il popolo, non il popolo la legge”. Margaret Ng al giudice che la condanna a 12 mesi di carcere (Fonte: Asianews)

Sono alla conclusione di questo mio strano elogio del libro e di ciò che trasmette, mischiato a ricordi che sgorgano come lava da un vulcano attivo, quindi devo rinnovare la mia decisione: scelgo di continuare a leggere ed alimentare la fame di infinito perché non voglio lasciarmi sofisticare e addomesticare dal sistema, che mi vorrebbe un sorridente imbecille teleguidato. E auguro anche a te di prendere in mano un buon libro e aprirti una finestra di libertà.

E siamo di nuovo all’inizio. Questo mio breve lo dono a te senza chiedere nulla in cambio. Perché tu mi hai già restituito in dono il favore di essere arrivato (o arrivata) fino in fondo. E questo vuol dire una cosa soltanto: abbiamo iniziato un dialogo. E cosa c’è di meglio di questi tempi se non dialogare segretamente tra liberi? Grazie!

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