Mancano poche settimane alle elezioni comunali del 3 e 4 ottobre. Tra le mie carte ho trovato le riflessioni dell’ex parroco don Osvaldo, penso riguardino la tornata amministrativa del 2016. Ogni cinque anni, in comuni come Povegliano Veronese, le elezioni sono l’occasione più importante di dibattito tra cittadini. Durante gli anni di amministrazione in carica ci sono solo chiacchiere, chiacchiericci, mormorii e – diciamolo – ben poche proposte. A volte qualche volantino dell’opposizione, ma niente di più. Poi, quando mancano pochi mesi dalle elezioni iniziano a rispuntare personaggi che si credevano fantasmi, si vedono strani movimenti di macchine a certe ore notturne – segno di riunioni segrete (neanche poi tanto segrete) – e i candidati diventano più simpatici e amichevoli, non proprio tutti a dire il vero. Il verbo “ascoltare” predomina le promesse e precede il verbo “faremo“.

E arriviamo all’ultimo mese prima delle elezioni. Lì i movimenti di paese si fanno vorticosi, c’è un gran fermento e si fa un gran parlare, e sparlare. Una parola fatta con un conoscente, sebbene premessa con tanti “se”, “forse”, “si dice che” e costellata di verbi al condizionale diventa prestissimo una frase certa, fino ad arrivare ad essere – nei casi più eclatanti – una vera e propria notizia di paese. La fake news sono storia antica almeno quanto il giochetto del telefono senza fili da cui si parte con “me ne vado al mare” e si finisce con “mi ha fatto del male“.

Leggiamo cosa scrisse don Osvaldo:

In vista delle prossime elezioni amministrative voglio anzitutto precisare che i preti della parrocchia non si schierano in nessun modo con nessuna lista di candidati. Con queste riflessioni voglio invitare ad un confronto sugli ideali della verità e quindi dell’onestà, della bontà e cioè del bene comune contro gli interessi personali e della bellezza vista come modo alto di intendere la vita e l’azione politica, contro ogni confronto che si immiserisce sugli scontri personali.

L’estate scorsa nel nostro viaggio in bici ci siamo fermati nella bellissima città di Ulm. All’ingresso dell’ostello c’è una bacheca con dei volantini stracciati, delle foto e una rosa bianca. In questo luogo si è voluto ricordare un gruppo di studenti cristiani che si sono opposti in modo nonviolento al regime della Germania nazista. La Rosa Bianca fu attiva dal giugno 1942 al febbraio 1943, quando i principali componenti del gruppo vennero arrestati, processati e condannati a morte mediante decapitazione.

Il 4 novembre 1945, Romano Guardini introduceva all’università di Tubinga la commemorazione di questi martiri. Il grande filosofo, nato a Verona ma vissuto in Germania, indicava tre ordini in base ai quali questi ragazzi erano vissuti ed avevano sacrificato la loro giovane vita.

Pensando alle prossime elezioni nel nostro Comune, ho creduto opportuno riportarli, per indicare un ideale con cui tutti, anche chi intende operare in politica, dovremmo confrontarci:

1. L’ordine delle cose materiali e dunque dell’onestà, del rispetto e della prudenza nel loro uso, qui si parla di verità;

2. Quello dell’azione e dell’opera, e dunque del coraggio, della fortezza e della perseveranza nel perseguire gli scopi, ecco il bene comune, la bontà;

3. L’ordine dei beni spirituali e dunque dell’amore e della fede, del sacrificio e del dono di sé, questa è la bellezza.

I giovani della Rosa Bianca, ispirandosi al Vangelo come regola di vita, avevano dato senso e valore alla loro esistenza secondo questo triplice ordine. La verità, la bontà e la bellezza sono criteri antichi ma quanto mai attuali, che vedo offesi dall’agire politico di questi tempi ma che vorrei fossero le linee guida dei nostri amministratori.

Alla verità si obbedisce, non ci si serve di essa, è la verità che va servita. È così che la verità libera dalla maschera, dalle apparenze, dalle false certezze. Non il calcolo utilitaristico, non la ricerca dell’immagine, non il chiasso delle apparenze, ma la verità deve essere l’ispirazione profonda di chi intende servire il bene comune e non servirsene.

Per valutare la bontà che sta alla base del bene comune Gesù ci ha dato un criterio semplice ma profondo: “Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?” (Mt 17,16). Il politico sceglie di fare il bene anche quando questa scelta possa apparire improduttiva o perdente, testimoniando di preferire la forza della bontà e della giustizia ad ogni logica di potere e di affermazione di sè.

Infine la bellezza, che, come scrive Dostoevskij, salverà il mondo. Non rassegnarsi mai alla bruttura morale e materiale ma scoprire e servire il bello di ogni persona, soprattutto dei più piccoli, difendere e promuovere la bellezza della piccola porzione di creato che ci è affidata ecco ciò che dà significato alla vita.

Questi sono i giorni degli schieramenti politici e dei programmi, io, come parroco, non entro evidentemente nel merito delle questioni, però affermo che solo chi punta alla verità e quindi all’onestà, chi persegue il bene comune e chi mira al bello è degno del nostro voto e lo dico mentre osservo un’era politica che lascia la nostra Italia sconcertata e ferita.

don Osvaldo, all’epoca dello scritto parroco di Povegliano Veronese

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