La mia quarta giornata di Meeting di Rimini, penultima delle sei del programma generale, si può sintetizzare in tre parole: “infinito”, “Dante”, “famiglia”.

Infinito. Ho visitato la mostra su Fernando Pessoa poco prima dell’evento su Dante in sala Neri ed è stata una scelta azzeccata perché mi ha permesso di riflettere sull’infinito. Sia la mostra su Pessoa che la conferenza su Dante mi hanno lasciato dei contrasti tra i due autori, ma anche dei punti che li accomunano, ed uno di questi è certamente la tensione verso l’infinito. Fame di infinito che è emersa anche dai racconti commoventi della conferenza con le testimonianze di famiglie per l’accoglienza, a cui ho partecipato nel primo pomeriggio. Di Pessoa mi ha colpito la sua profonda solitudine a tal punto che scriveva a sé stesso inventandosi dei personaggi fittizi a cui si rivolgeva e – in qualche maniera – la sua confusione interiore. Mi ha colpito una frase che diceva:

“l’abisso è il muro che ho. L’essere io non ha misura”

Fernando Pessoa

Dante. Se la figura di Pessoa mi ha lasciato un senso di inquietudine, e mi ha portato verso un infinito che era più diretto agli abissi dell’anima, con Dante la proiezione è stata certamente verso l’infinito dell’eternità. E così anche le emozioni che mi ha trasmesso la conferenza sull’autore della Divina Commedia che è stato un viaggio a tratti divertente, per l’ironia dei relatori Nembrini, Cazzullo e Camisasca; a tratti accademica, per le numerosissime citazioni a memoria che hanno espresso nel raccontare ciascuno Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Che cosa può dire Dante all’uomo d’oggi? Ogni relatore ha parlato di un incontro vivo fatto con Dante poiché la Divina Commedia parla sì dell’al di là, ma anche dell’al-di-qua. Nembrini ha affermato che la vita è aprire gli occhi, guardare (parola più ricorrente nella Divina Commedia) la realtà e lasciarsi provocare, interrogare, da ciò che c’è. C’è un continuo dialogo tra la realtà e il proprio cuore e la risposta che diamo a tale dialogo è la vocazione che ci muove nel nostro cammino.
Quindi, secondo Nembrini, all’inferno di Dante inizia l’avventura umana.

Per Cazzullo il Purgatorio rappresenta in pieno la realtà della vita umana, e tra i tanti esempi ho appuntato il passaggio in cui ha detto che nel purgatorio il sole sorge e tramonta, esattamente come nella vita terrena.

Camisasca, invece, ha parlato del Paradiso ed è riuscito a fare un collegamento molto attuale con l’oggi attraverso un neologismo che aveva coniato Dante: transumanar. Il vescovo è partito da una domanda: “Noi uomini di questo terzo millennio abbiamo ancora speranza di futuro?” E nel parlare della cosmicità dell’uomo dantesco, ha fatto il collegamento con il transumanesimo (che preferisco definire transumanismo) che, citando Bostrom, è un movimento culturale, intellettuale e scientifico che afferma il dovere morale di migliorare le capacità fisiche e cognitive dell’umano, eliminando gli aspetti indesiderati o non necessari come sofferenza, malattia o invecchiamento. In buona sostanza il transumanesimo odierno è l’erede dell’eugenismo di fine ‘800 che ha portato alle idee di superuomo sfociate nelle feroci dittature del ‘900 e per cui la tecnica non è più uno strumento, ma un fine per dare una risposta alla grande questione della morte umana. Una risposta sbagliata, e pericolosa, per cui il transumanismo riduce l’uomo a funzioni meccaniche con la pretesa di creare l’uomo perfetto affrancato dai presunti difetti biologici, mentre il transumanar di Dante eleva l’uomo oltre i propri limiti a partire proprio dai propri presunti difetti.

Famiglia. Se Pessoa ha vissuto una solitudine profonda tanto da non riuscire a riconoscere alcun amico intimo, per Dante l’amicizia è stato un dono che gli ha permesso di attraversare la selva oscura, il purgatorio ed incontrare l’amata Beatrice. Durante la conferenza “Accogliere, accompagnare, educare. Esperienze di vita di famiglia”, ho pensato ai due grandi autori in rapporto alle testimonianze commoventi (non riuscivo a trattenere le lacrime) di famiglie per l’accoglienza. In particolare di una mamma – Mariangela Tarì e autrice del libro “il precipizio dell’amore” che ha raccontato dei due figli ammalati, una disabile grave e l’altro di tumore al cervello, e di come hanno vissuto insieme la sofferenza, la malattia ed il dolore (proprio ciò che vorrebbe eliminare il transumanismo) arrivando addirittura ad affermare che nella sua esperienza travagliata il dolore è simile all’amore poiché entrambi hanno il potere di rinominare il mondo, e di farci ricordare che siamo qui e ora, che la vita diventa una vita da “mangiare a morsi” ogni istante anche nelle sue parti apparentemente più inutili. È l’esatto opposto dell’utilitarismo dominante oggi. Altra testimonianza molto forte è stata quella di un ragazzo affidato ad 11 anni ad una famiglia che lo ha accolto e che lo ha amato nonostante la sua fuga verso la famiglia d’origine a 18 anni, e il successivo percorso di tossicodipendenza. Un ragazzo che si è commosso quando ha detto che quella famiglia l’ha sorpreso quando – dopo tre anni in cui lui stava fuggendo dalla vita al punto di sperare di non arrivare al giorno dopo – ricevette una lettera e scoprì che era ancora pensato, era ancora destinatario di un pensiero da parte di qualcun altro. Ed in quel momento ha detto che la famiglia affidataria gli ha salvato la vita ed ora, questo ragazzo all’età di 28 anni ha ripreso in mano la sua vita e sta pensando di metter su famiglia. È il miracolo che accade quando si apre il cuore.

Quindi ho scelto le tre parole chiave “infinito”, “Dante” e “famiglia” perché tutte e tre richiamano contemporaneamente sia alla profonda solitudine che alla più grande compagnia, sia alla profonda sofferenza che alla grande gioia di sentirsi amati, e tutte e tre richiamano alla tensione di ciascun essere umano verso qualcosa che li trascende da sé stessi, trascendenza che – appunto – non può avvenire per mezzo della tecnica che pretende di eliminare il dolore, ma proprio attraverso il continuo contrasto dolore-amore che apre ad un “oltre”.

Durante la giornata ho partecipato anche ad altri appuntamenti, come la visita alla mostra di Guttuso, ma soprattutto alcuni mi sono saltati perché ho incontrato tante persone, ed è ciò che volevo accadesse.

Oggi ho incontrato: Adriano, Alfredo, Guido, Stefano, Luca, Raffaella, Ermanno, Alberto, Marina, Roberto, Marco, Ivo, Leonardo, Luca, Massimiliano, Piergiacomo… questo è Meeting