Ho riflettuto sul perché, negli ultimi dodici mesi, ho investito 1.500€ in formazione in sicurezza sul lavoro, in un momento di vacche magre e quando nessuno me lo ha chiesto, nessuna esigenza imminente me lo ha imposto, nessun incarico ricevuto me lo ha giustificato. Il motivo è essenzialmente etico: sono fortemente impegnato nel realizzare il bene comune intorno a me, voglio essere un generatore di bene, e ho compreso che la sensibilità che ho maturato in questi anni nell’ambito della sicurezza sul lavoro non nasce dall’interesse per procedure e leggi della materia, ma dalla possibilità che le conoscenze e le competenze maturate permettono di salvare vite umane.

Negli anni scorsi ci sono state delle esperienze lavorative che mi avevano già aperto gli occhi, lanciando degli alert che ho deciso di cogliere. Ne cito solamente due, piuttosto significative:

La gestione dei rifiuti in verniciatura

Durante le scuole superiori ho sempre lavorato nella verniciatura dei mobili, eseguendo mansioni che mi hanno esposto a rischi connessi all’attività del settore legno-arredo. Negli ultimi anni prima di abbandonare il comparto, tra i compiti che ho svolto mi sono occupato della gestione dei rifiuti prodotti dallo scarto di vernici, polveri di legno, ecc. Dalla ricezione delle merci e il suo immagazzinamento, allo stoccaggio e deposito temporaneo dei rifiuti pericolosi, nonché della redazione del formulario rifiuti (registro MUD). I pittogrammi delle latte di vernice erano molto chiari sui rischi a cui ero esposto in riferimento al Titolo IX del D.Lgs. 81/08 e ricordo sempre con quanta insistenza chiedevo al fornitore di avere aggiornate sia le schede tecniche che le schede di sicurezza.

Mi chiedo oggi, quanto ero davvero consapevole dell’esposizione a sostanze pericolose, in particolare al rischio cancerogeno, sebbene indossassi i DPI adeguati alla loro manipolazione come mascherine FFP2 e FFP3, guanti e tuta?

La gestione di un hotel covid con richiedenti asilo politico

Un’esperienza molto più significativa è stata nel 2020, quando in pieno lockdown mi sono trovato a gestire, nell’arco di 48 ore, un Hotel destinato a richiedenti asilo politico affetti da Covid-19. L’Hotel era dismesso da anni, quindi ho dovuto organizzare squadre di manutentori idraulici, elettricisti, termotecnici, pulizie e sanificazione. Contemporaneamente a lavori di rimessa in esercizio degli impianti e di sanificazione dei locali, ho dovuto seguire tutte le pratiche necessarie, essendo in appalto con la Prefettura, per operare in regola e garantire la sicurezza degli operatori sociali e degli ospiti della struttura. Tuttavia, come era noto in quel periodo, non è stato facile rispettare le tempistiche di 30 giorni in piena emergenza, sicché mi sono trovato al comando dei Vigili del Fuoco per ritirare una carta in cui si intimava di regolarizzare al più presto il sistema di protezione antincendio (porte REI, sensori fumo, idranti, estintori, segnaletica, piano emergenza). Le non conformità rilevate dal sopralluogo dei VVF erano di natura penale a carico del mio Datore di lavoro, presto commutate in sanzione amministrativa, poiché sono riuscito presto a mettere a posto tutto. Ma ho riflettuto sui rischi che ho corso anche io, soprattutto in un momento in cui non ho avuto a disposizione un RSPP interno che mi potesse assistere nelle decine di carte, valutazioni e urgenze che ho dovuto gestire in quelle settimane. La complessità della gestione di quel singolo progetto, contemporanea a diversi altri progetti sparsi in tutta la provincia di Verona, mi hanno aperto gli occhi su quanto la sicurezza sia al tempo stesso prioritaria ed altrettanto sacrificata dal fattore tempo.

È lì che ho preso la vera decisione: se non è l’azienda a formarmi, mi formo io.  

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