Ci si lamenta a ciclo continuo che i giovani italiani sono i meno laureati d’Europa, il 20% contro la media del 32%. Ma quando capitano sceneggiate come quella della Bicocca mi domando se non ci sia una ragione più profonda dello scollamento tra percorsi di laurea e mercato del lavoro, che a molti miei amici laureati fa dire “serve per avere un pezzo di carta, serve per il titolo“. Forse c’è qualcosa che ha a che vedere con quella ricerca del vero che non smuove più le coscienze, che non è più interessata a dare risposta alla domanda quid est veritas? Forse nel giovane italiano si nasconde una inconscia resistenza che facevo anche io quando la docente di lettere alle superiori non voleva parlare delle Foibe, anziché aiutare dei diciasettenni a scrutare i giacigli più oscuri in cui si annida il male nel cuore umano. E come aiuti un giovane, tu adulto e si presume colto, se non lo accompagni ad aprire quelle terribili porte oscure senza il vizio della partigianeria politica?

Presunzione di colpevolezza

Non è la prima volta (e non sarà nemmeno l’ultima) che i luoghi in cui dovrebbe essere di casa la disputa per poter cercare la verità, si trasformano in tribunali del potere che domina le menti (con i media servi che dominano i cuori). Era il 2008 e Ratzinger non poté tenere il suo discorso a La Sapienza perché fu giudicato “nemico di Galileo“, poi la censura si è fatta più gentile e negli ultimi due anni luminari professori, e semplici studenti, venivano epurati perché non allineati al credo della bontà dello strumento “green pass”, o suggerivano prudenza rispetto ai dogmi che lanciavano i virologi super-star che dimenticavano il metodo scientifico. Questi luminari ponevano domande, si interrogavano, sollevavano il dubbio laddove il dubbio dovrebbe essere un motivo per fare buona ricerca, per aprire all’autentico dialogo. Mi sa che Ratzinger è stato più amico lui di Galileo, più di tanti “scienziati” odierni. Gli epurati, i non allineati, hanno pagato il prezzo che si paga nella società dell’emozionalismo eretto a sistema di (non)pensiero. Lo ha pagato anche Paolo Nori: laureato in letteratura russa, ha pubblicato romanzi e saggi ed ha tradotto e curato opere di autori russi. “Colpevole! Colpevole! Colpevole!” e di cosa sarebbe colpevole?

Di aiutarci a conoscere meglio la Russia e i suoi autori culturali in un momento in cui ci sarebbe bisogno di capire meglio la Russia e i suoi autori culturali, mentre c’è la rincorsa alle armi per rispondere alle armi.

Raziocinio contro emozionalismo. Siamo nell’epoca del reato di opinione che sostituisce la presunzione d’innocenza, baluardo dell’umano contro il giustizialismo che riporta al terrore dei lumi. Sei un atleta disabile russo? Colpevole! Sei un maestro d’orchestra russo? Colpevole! Sei un pilota di Formula 1 russo? Colpevole! Sei un italiano esperto di letteratura russa? Colpevole! Mangi insalata russa? Colpevole! In una settimana è andata in fumo tutta la narrazione dei “tolleranti” dell’inclusività, del “diverso è bello”, del rispetto uniformante. Fino al grottesco boicottaggio della vodka che la Russia non produce quasi più. Capita quando si è in preda al delirio da tiktoker.

Suggerisco di ascoltare le riflessioni – anche commosse – di Nori sulla censura bicocchina

Grazie Bicocca!

Ho digitato su Google il termine “bicocca” ed è uscito questo testo:

“Bicocca è un quartiere affaristico e universitario, con bar informali per studenti vicino all’Università di Milano-Bicocca e centri culturali trendy. Musical e concerti di artisti rock famosi vengono proposti al Teatro degli Arcimboldi, mentre il centro culturale Pirelli HangarBicocca propone installazioni originali. Negozi di tendenza sono ospitati nel centro commerciale Bicocca Village e il vicino Parco Nord Milano offre un’ampia area verde con sentieri e aree picnic”. Basta e avanza. Una fotografia plastica dell’oggi. I centri culturali “trendy”. Oggi la cultura se non è “trendy”, se non fa tendenza, se non è moda non è cultura. E gli effetti si vedono!

Ma devo dire grazie Bicocca! Davvero, grazie! E devo ringraziare l’amico Fabio che mi ha segnalato la notizia. Non avrei mai saputo che esistesse @paolo.nori e non avrei mai acquistato il suo libro “Sanguina ancora” (premio Campiello!), e nemmeno quello di Romano Guardini.

E sicuramente non avrei mai avuto il coraggio di avvicinarmi a Dostoevskij.
Ecco, agli illustri bicocchini sarebbe bastato porsi la domanda che si pone Nori alla prima riga del libro così colpevole: “che senso ha, oggi, nel 2021, leggere Dostoevskij?
Una prima, ironica, risposta la potrebbe dare Guardini:

“[…] l’uomo colto, l’occidentalista, che ha voluto emanciparsi, ha perso ogni naturale appoggio, e vive in un clima artificioso e malato”.

R. Guardini, Dostojevskij il mondo religioso, Morcelliana, Brescia

Al posto dei missili, distribuiamo libri

Ecco, Nori e quelli come lui, ci cura dalla malattia occidentalista che include giudicando, tollera escludendo, accoglie omologando, e non distingue più il dialogo dal monologo. La guerra è, sotto un certo punto di vista, un monologo. Un monologo idiota che provoca morte e distruzione.

Perché la guerra è idiota. I missili sono idioti. L’esclusione delle persone solo perché russe è idiota, ed è il segno che la guerra ci vuole tutti stupidi.

Nel momento in cui scrivo ho già raggiunto pagina 70 di Sanguina ancora, non ho quasi dormito dal desiderio di poter riprendere presto la lettura. E’ un libro che ha qualcosa da dirmi, ma cosa?

C’è una risposta aperta di Nori che mi affascina davvero molto, e proprio non comprendo come si possa annullare un suo corso in un’Università dopo averla letta:

Il senso di leggere Dostoevskij io non lo so, so che Dostoevskij, anche se non lo leggiamo, ci ha detto, nelle cose che ha scritto, come siam fatti prima ancora che venissimo al mondo, e poi so, bene o male, cosa è successo a me, quando ho cominciato a leggerlo, Dostoevskij

P. Nori, Sanguina ancora. Mondadori, Milano

Il senso, appunto. La ricerca del senso. In questi giorni mia figlia mi ha chiesto cosa sto leggendo, e mi è venuto da dirle che leggere serve per acquisire il potere di vedere le cose che non si vedono (liberamente ispirato da Il Piccolo Principe). Sono pienamente convinto di questo potere metafisico della lettura. Ed è proprio perché abbiamo abbandonato la ricerca delle cose insensibili (metafisica in primis) ad esclusivo beneficio di quelle sensibili che non siamo più capaci di ragionare e ci siamo resi schiavi dell’emozione nello schema manicheo del XXI secolo like – no like.

In realtà, niente è più fecondo, per far crescere una libertà nuova, del confronto con il libro. L’omonimia della parola «liber», che in latino significa sia «libero» che «libro», non è per niente irrilevante.

F-X. Bellamy. I diseredati, ovvero l’urgenza di trasmettere. Itaca, Castel Bolognese, 2016

Dunque, se vogliamo davvero combattere l’autocrazia in favore della democrazia, se davvero desideriamo lavorare per la pace, dovremmo impegnarci fortemente a favorire occasioni di dialogo attraverso l’arte, la letteratura, la musica, lo sport per creare luoghi di incontro mentre infuria lo scontro, anche solo per potersi porre delle domande, anche solo per poter discutere animatamente ma almeno discutere. Anche questa è solidarietà che si deve mettere in campo durante una guerra idiota se non vogliamo essere stupidi come la guerra stessa. Insieme a tutta la solidarietà e l’aiuto di cui ha bisogno la popolazione ucraina, dobbiamo osare la speranza di ritrovare presto la concordia tra i popoli ora in conflitto.

Io voglio vedere con i miei occhi il daino ruzzare accanto al leone

e l’ucciso alzarsi ad abbracciare il suo uccisore

F.M. Dostoevskij, citato in Come un bel giorno, saggi letterari. C. Bortolozzo , Cortella editore, Verona