Al capitolo nono del Libro dei Giudici, appare un’antica favola di origini mesopotamiche inserita nell’esperienza d’Israele all’interno della vicenda di Abimelech, proclamato re dagli abitanti di Sichem, dopo aver assassinato i suoi settanta fratelli e rimasto come unico erede al trono.
8 Si misero in cammino gli alberi
per ungere un re su di essi.
Dissero all’ulivo:
Regna su di noi.
9 Rispose loro l’ulivo:
Rinuncerò al mio olio,
grazie al quale
si onorano dèi e uomini,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
10 Dissero gli alberi al fico:
Vieni tu, regna su di noi.
11 Rispose loro il fico:
Rinuncerò alla mia dolcezza
e al mio frutto squisito,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
12 Dissero gli alberi alla vite:
Vieni tu, regna su di noi.
13 Rispose loro la vite:
Rinuncerò al mio mosto
che allieta dèi e uomini,
e andrò ad agitarmi sugli alberi?
14 Dissero tutti gli alberi al rovo:
Vieni tu, regna su di noi.
15 Rispose il rovo agli alberi:
Se in verità ungete
me re su di voi,
venite, rifugiatevi alla mia ombra;
se no, esca un fuoco dal rovo
e divori i cedri del Libano.
L’Apologo di Iotam nel contesto biblico è una denuncia sulla slealtà e disonestà attraverso la quale i sichemiti eleggono re Abimelech, ma attualizzandolo ai tempi odierni dice anche altro: la diserzione del potere da parte dei migliori,
che non vogliono sporcarsi le mani. E la diserzione dell’impegno dei cattolici in politica ne è oggi la prova eloquente.
In qualche modo il rovo viene unto re per esclusione, o meglio, per diserzione dei concorrenti al trono. Infatti gli alberi hanno bisogno che qualcuno regni su di essi, non trovandolo tra i migliori candidati, non resta che l’arido e spinoso rovo il quale usa un paradosso per legittimare la sua autorità dispotica: offre l’ombra che non ha.
Secondo la Dottrina Sociale della Chiesa la rappresentanza politica ha una sua dimensione morale in cui la pratica del potere è svolta con spirito di servizio, e pertanto si rende necessario che essa sia esercitata da persone in grado di assumere autenticamente come finalità del proprio operare il bene comune e non il prestigio o l’acquisizione di vantaggi personali (cfr. cDsc n.410)
Ma se coloro che avrebbero le qualità per condividere le sorti del popolo in vista del bene comune, della giustizia sociale, della sussidiarietà e solidarietà, a chi resta la possibilità di governare? Al rovo appunto, ossia a coloro che attraverso l’arma della propaganda stravolgono le leggi della logica e dell’evidenza e come artisti dell’illusione offrono ciò che non hanno.
Sul Corriere della Sera del 9 ottobre 2014, a pagina 29, Dario Antiseri ha denunciato la diserzione dei cattolici in politica come un tradimento dell’Italia, diserzione dal basso causata da un tradimento proveniente dai piani alti, in cui ha elencato una serie di tentativi di rilanciare la presenza dei cattolici in politica andati a monte.
“Ebbene, nell’ attuale fiera di soggetti politici che da ogni parte seguitano a sbucare, con a capo piccoli consunti «gerarchi», quel che colpisce è la totale assenza di una proposta cattolica”.
Una totale assenza denunciata anche dall’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa, che nel suo appello politico agli italiani Un paese smarrito e la speranza di un popolo afferma che “i cattolici da tempo non sanno fare una proposta organica, coerente, unitaria, lungimirante” ispirata dal Vangelo e dalla Dottrina Sociale della Chiesa. Secondo l’Osservatorio la militanza divisa nei vari partiti è fallita, la quale ha prodotto l’accentuazione delle differenze culturali e politiche tra i cattolici stessi e l’indifferenza per il momento elettorale culminata ormai al 50% di astensionismo.
E il vuoto culturale e politico dei cattolici nella società italiana lo aveva già previsto il filosofo Del Noce, come descritto da Del Pozzo in un articolo de Il Foglio del 31 dicembre 2014.
Il filosofo cattolico, aveva previsto l’avanzare di una nova società dominata dalla tecnologia che avrebbe realizzato il superpartito tecnocratico, in un regime di totalitarismo strisciante e subdolo al quale i partiti tradizionali non hanno saputo rispondere con adeguati paradigmi, in primis la Democrazia Cristiana. E di fronte alla nuova “società opulenta” che pone in maniera inedita la questione antropologica, Del Noce aveva indicato come atteggiamento da assumere quello della risposta a sfida, ossia la riaffermazione del primato dell’essere contro le conseguenze della società post marxista. Una risposta a sfida alle antropologie in conflitto, in cui è necessario che l’iniziativa politica dei cattolici si sviluppi anche in basso e in cui i cattolici sarebbero chiamati a riscoprire una vocazione politica da svolgersi nella società civile che stanno invece per abbandonare, come afferma l’Osservatorio.
E’ ciò che auspica anche Galli della Loggia nel suo editoriale del 10 Febbraio al Corriere della Sera, nel quale ritiene che l’egemonia culturale e politica della sinistra stia nell’incapacità della Destra moderata di lasciarsi contaminare dalla cultura del cattolicesimo politico, il cui esito è la via tenebrosa e senza ritorno avviata dalla nuova Lega Nord.
Per questo motivo l’Apologo di Iotam è un duro monito a quei cattolici che battono in ritirata, disertando l’Agorà culturale e lasciando che la Pòlis si trasformi in una nuova dittatura del pensiero unico che come il rovo pretende di coprire con la sua ombra l’intero popolo. In tal senso Andreotti avrebbe affermato che il potere inteso come l’essere interno alla formazione e al recepimento della pubblica opinione, è vita.